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Ticketless – Lo strano caso
di Damiano Malabaila

alberto cavaglionSempre molto appassionante la storia degli scrittori ebrei del Novecento che hanno fatto uso di pseudonimi spesso per celare le proprie origini: Svevo-Schmitz, Hans Chaim Mayer-Jean Améry e Romain Gary-Ajar i casi più clamorosi. Su quest’ultimo segnalo il bel film “La promessa dell’alba” di Eric Barbier, che in inverno mi era sfuggito: suggerisco di recuperarlo in qualche sala estiva. Racconta in modo tradizionale, classico venti anni di vita di Gary e il tormentato rapporto con la madre. Ambasciatore, cineasta, romanziere Gary è stato intellettuale anomalo a partire dai nomi che si è dato: un giorno riuscì a prendersi gioco anche della giuria del Goncourt. Questa settimana vorrei suggerire la lettura di un libro che si legge come un giallo e riguarda lo pseudonimo che Primo Levi nell’estate del 1966 si diede dopo i successi di Se questo è un uomo e La tregua. Un’operazione maldestra per nulla comparabile alla beffa arguta di Gary.
Per la sua prima raccolta di racconti Storie naturali sappiamo che Levi si scelse il nome che campeggiava sull’insegna di un elettrauto di corso Giulio Cesare a Torino, lungo la strada che ogni giorno percorreva per recarsi sul posto di lavoro. Damiano Malabaila. Le cose sono andate in modo molto strano, ci spiega adesso Carlo Zanda (Quando Primo Levi diventò il signor Malabaila, Neri Pozza). Il senso di questo lavoro assai minuzioso, narrato con mano leggera, va al di là della mera cronaca letteraria. Esso ci permette di ritornare ad un’età che oggi ci sembra preistorica, quando il testimone del Lager non aveva accesso nella Repubblica delle Lettere. Scrivere su Auschwitz significava essere relegati nel limbo della memorialistica. Se volevi sfondare nel mondo della Letteratura dovevi camuffare la tua identità. Levi non si sottrasse a quello che oggi appare un vero ricatto. Il libro di Zanda ci restituisce un panorama editoriale che tendiamo spesso a magnificare per il suo splendore, quando invece si muoveva nella incertezza, talora nella sua ambivalenza. Pochi mesi prima Il segreto di Giorgio Voghera dovette la sua fortuna al fatti di risultare firmato da Anonimo triestino. Non svelo di più, per lasciare a chi legge il gusto di scoprire chi sono i colpevoli e quali, eventualmente, le attenuanti.

Alberto Cavaglion