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In bilico

SoraniSiamo appesi ad una situazione incerta, rischiosa, difficile da vari punti di vista. In un clima di sospensione, niente di veramente costruttivo emerge: si coglie solo – ovunque – l’incapacità di fare scelte utili al Paese.
Da un lato continua l’espansione di una destra becera, prigioniera essa stessa del suo sovranismo populista privo di contenuti impiegato come corpo contundente per l’affermazione di sé e la conquista delle piazze. Prodotto naturale di questo modo di essere così lontano dalle buone prospettive di una destra liberale intelligente e colta, non può che essere la diffusa violenza verbale cavalcata e insieme favorita da capi politici perennemente in campagna elettorale, sempre alla ricerca di immagine e di consensi da pescarsi ovunque (anche nella destra più radicale e fascista) per raggiungere forza e potere. È triste constatare come ormai – quando i paradigmi un tempo condivisi e i valori un tempo saldamente posseduti su cui si fonda la nostra Costituzione sono continuamente messi in discussione – tutto e il contrario di tutto possa essere affermato, rispetto al passato e rispetto al presente. Ne è un esempio l’atteggiamento del centrodestra nei confronti di Liliana Segre: prima la si offende ostentatamente in pieno Senato, poi con atteggiamento paradossale si riconosce stima alla persona ribadendo un dissenso sulle procedure anti-odio da lei proposte (cioè sulla Commissione approvata a maggioranza); ma intanto si continua a non capire la sostanza, cioè il fondamento di democrazia e rispetto dell’altro al quale fa appello la senatrice Segre. E parlando genericamente di libertà di espressione si sdogana tutto, tutto acquista una falsa dignità: proprio tutto, fascismo compreso, perché in tale ottica anch’esso è in fondo un prodotto rispettabile della Storia, con qualche merito insieme a qualche inevitabile “errore”. “Orrore”, direi, più che semplice “errore”. È questo comunque il clima in cui è di nuovo possibile e puntualmente riemerge l’antisemitismo, verbale e non solo, che in tanti speravamo sconfitto. E’ questo il terreno di coltura di un razzismo sempre più diffuso a livello popolare.
Dall’altro lato si coglie la presenza affannosa di un governo attivo ma senza vera linea politica, senza progetto, alle prese su vari fronti con una continua emergenza che non è in grado di controllare: la manovra economica, la drammatica situazione dell’ex ILVA e la complessa questione economico-sociale in cui è inserita, i danni prodotti da un maltempo sconvolgente e le urgenze della bonifica territoriale sono solo i casi di questi giorni. L’indubbia e in fondo sterile abnegazione del premier fa venire in mente l’espressione dantesca “io mi sobbarco”, ma non basta a coprire il vuoto di fondo, la sostanziale incapacità di fornire risposte adeguate e di imboccare una strada di concreta ripresa. All’interno della problematica coalizione giallo-rossa, di fronte a un Movimento Cinque Stelle sempre più disunito e percorso da verticistiche minacce di epurazione interna, il centrosinistra esprime volontà di pacificazione per garantire un lavoro comune; ma di fatto è anch’esso fortemente diviso, passivo, perdente e alla resa dei conti inesistente.
Cosa accadrà? In quale direzione stiamo andando? Difficile dirlo, in una fase di sospensione e di vero e proprio stallo come quella in cui siamo immersi.
Il mondo dell’informazione non ci aiuta più di tanto. Sono tante le gravi situazioni che tormentano la nostra società: accanto ai fantasmi dell’antisemitismo e del razzismo riemergenti, una povertà sempre più diffusa, un disagio sociale molto forte in alcune aree urbane, una sempre più marcata disparità economica, un inserimento difficile per tanti immigrati giunti recentemente, una violenza crescente in alcune grandi città. Di fronte a tutto ciò si dibatte molto in TV e in genere sui mass media, ma senza affrontare davvero i problemi. Assistiamo a vari infervorati siparietti in gara tra loro che non si occupano tanto delle questioni strutturali, quanto degli aspetti che più direttamente riguardano gli equilibri tra le forze politiche. Ma così la politica, elemento centrale di ogni progetto di costruzione o ricostruzione sociale, diviene puro gioco di potere o sfoggio di abilità dialettica.
In questo stato di incertezza e disorientamento servirebbe un colpo d’ala. Ma da dove e come può giungere? E verso quale direzione? In sua assenza, andiamo inesorabilmente verso lo scacco.
Nella “Situazione spirituale del nostro tempo”, Karl Jaspers parlava di “scacco autentico”, definendolo “la coscienza del rischio e della perdita”: la consapevolezza di una crisi totale di fronte alla quale non ci sono “aut-aut” possibili se non la scelta di se stesso e del proprio slancio che tutto trascende. Era, nel 1932, l’illusoria risposta di un filosofo dell’esistenza di fronte allo sgretolarsi della Repubblica di Weimar e alla vigilia dell’avvento del nazismo. Aveva buon gioco Karl Löwith (filosofo suo contemporaneo, ebreo convertitosi al protestantesimo) nel puntualizzare che pochi mesi più tardi senza percorsi filosofici Hitler avrebbe risolto lo scacco imponendo il domino totalitario, mentre Jaspers avrebbe continuato a pensare “che si potesse e dovesse rimanere chiusi in se stessi come in una sfera di cristallo, non molestati da tutte le situazioni transeunti” (Karl Löwith, “La mia vita in Germania prima e dopo il 1933”, trad. it., Il Saggiatore, Milano 1988): un implicito forte rimprovero rivolto a chi aveva preferito (e potuto) scegliere l’inazione e l’isolamento. Potremmo leggerlo oggi, ex post, come un invito a non chiudersi in se stessi di fronte al profilarsi di un nuovo scacco?
David Sorani

(19 novembre 2019)