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Kabbalah come filosofia religiosa

massimo giulianiNel 1846, dice lo storico del pensiero ebraico Alessandro Guetta, il livornese Elia Benamozegh, fresco di studi rabbinici, si avventurò nel più lungo viaggio che avrebbe mai fatto fuori dalla sua città: si recò a Pisa. Aveva ventitré anni ed era più che mai deciso a incontrare di persona un già famoso trentasettenne filosofo francese ebreo, Adolphe Franck – puro frutto dell’emancipazione napoleonica, modello per l’Europa ebraica ottocentesca – il quale, tre anni prima, aveva dato alle stampe un pionieristico libro dal titolo “La Kabbalah ou Philosophie religeuse des Hébreux”. Questo volume, tradotto in tedesco già nel 1844 dal rabbino austriaco Adolf Jellinek esponente della Wissenschaft des Judentums, ebbe un impatto enorme sulla vita e sul pensiero del futuro rabbino di Livorno, per come lo conosciamo noi oggi. Franck avrebbe ripubblicato quel testo con nuova prefazione nel 1889, cinque anni prima di chiudere la sua esistenza tutta spesa come insegnante di filosofia in diverse istituzioni accademiche, tra cui il prestigioso Collège de France. Fu, tra l’altro, presidente della Lega degli anti-atei (solo in Francia…!), della Lega per la pace e della Società per gli studi ebraici, da cui pulpito, per così dire, difese il giudaismo e rivendicò il ruolo decisivo degli ebrei nello sviluppo della cultura occidentale. Si occupò e scrisse di diritto e di alchimia, di logica e di mistica, di politica e di morale. Ma è in quanto studioso di Kabbalah che lasciò un segno nel pensiero ebraico moderno: fu il primo in assoluto (prima di Scholem) a ‘sdoganare’ la mistica ebraica come degna di studio scientifico.
A centosettantacinque anni dalla sua prima edizione, questo importante libro di Franck è stato ora tradotto in italiano da un cultore della materia, Federico Pignatelli, al quale si devono anche altre traduzioni di opere classiche della mistica ebraica che stanno uscendo con il marchio Tipheret, collana Shekinah (Gruppo Bonanno). Merita attenzione l’impresa e soprattutto questo titolo: che la Kabbalah abbia dimensione religiosa è evidente, ma è una filosofia? Franck ne era convinto, e forse con questo termine intendeva solo riscattare questa via ebraica di conoscenza del mondo e di Dio agli occhi dei profani, sprezzatori o ignoranti che fossero. E sin dall’incipit dice chiaramente trattarsi di “una disciplina che ha più di un punto di somiglianza con le dottrine di Platone e di Spinoza”. Era parimenti convinto – come del resto i grandi umanisti europei tra XV e XVI secolo – che questo sapere esoterico dovesse annoverarsi tra le sapienze più antiche dell’umanità, più antica di Filone, vera e propria ‘occulta philosophia’, sebbene nel corso del medioevo sia stata (purtroppo?) divulgata e poi consacrata nelle due grandi scuole di Sfat/Safed, quella di Cordovero e quella di Luria. Per Franck, e per chi lo seguì, era certo a metà del XIX secolo che tutta la mistica ebraica stesse essenzialmente in due grandi opere: il sefer ha-yetzirà o Libro della formazione, e il sefer ha-zohar o Libro dello splendore.
Oggi abbiamo una visione molto più complessa di questo vastissimo corpus letterario-teologico, grazie appunto a Scholem e ai molti (ma non moltissimi) studiosi della disciplina. Ma nel secolo delle ‘magnifiche sorti e progressive’ quei due testi erano considerati le fonti preclare da un punto di vista scientifico: la prima ad illuminare i misteri del creato (il ma’ase bereshit, l’opera del principio), la seconda ad esplorare i misteri del divino (il ma’ase merkavah, l’opera del carro profetico). La fisica e la metafisica, avrebbe aristotelicamente riassunto il Rambam. Non potendo ‘scientificamente’ dire che tali testi furono rivelati direttamente da Dio ad Adamo, o ad Abramo, o anche ‘solo’ a Moshe rabbenu, la ricerca di Franck si dovette accingere a un’indagine storico-comparativa che ne scandagliasse somiglianze e differenze con altre sapienze altrettanto antiche e concettualmente elaborate: il platonismo anzitutto, e poi la sua reinterpretazione nella scuola di Alessandria, con Ammonio Sacca e Plotino, nel cui ambito sarebbero sorte le sette ebraiche degli esseni e dei terapeuti di cui non a caso dà conto Filone; e poi lo gnosticismo egizio, con lo sviluppo parallelo del primo cristianesimo e delle sue eresie; e poi lo stesso zoroastrismo, qui chiamato ‘la religione del caldei e dei persiani’ o ‘sistema dello zend avesta’. Insomma, l’intricata e irrisolvibile questione del chi ha influenzato chi, e quando, e dove, e come. Viene da qui l’interesse di rav Benamozegh per le altre religioni – si pensi a “Le origini dei dogmi cristiani” o “La storia degli esseni” –nonché la sua verve comparativista, nel tentativo di esaltare la Kabbalah come autentica e incontaminata dottrina ebraica e nello sforzo di mostrare che il puro monoteismo ebraico aveva solo da guadagnare da un rinnovato studio della mistica. Shadal non apprezzò ma il Novecento ebraico riscoprirà Benamozegh come un pensatore tra i più originali del suo tempo. Ora abbiamo una delle sue fonti in italiano. Testo datato e superato? Certamente, in senso accademico. Nondimeno illuminante, per chi vuole capire i percorsi storici che portano fino a Moshe Idel, a Elliot Wolfson e Giulio Busi.

Massimo Giuliani, Università di Trento