Gli ebrei e la data odierna

momiglianoLa data del 1 gennaio viene variamente percepita in ambito ebraico. C’è chi non disdegna di essere coinvolto nel clima festoso che si manifesta in questi giorni in tante parti del mondo, c’è chi non partecipa ad alcun festeggiamento, ma considera questa come una data comunque significativa, in quanto collegata a vari settori che condizionano la nostra vita, come i rapporti con enti e istituzioni pubbliche, scuola, lavoro e economia. C’è chi la vive con indifferenza, in quanto espressione di modalità di conteggiare gli anni e in genere di tenere il conto dello scorrere del tempo sostanzialmente diversi da quelli ebraici, ritenendo tuttavia gesto di cortesia formulare auguri ad amici e conoscenti non ebrei; c’è chi esprime aperta riprovazione rispetto alla partecipazione ad una festa non ebraica, per di più legata, nelle manifestazioni di baldoria serale, al ricordo di un papa, Silvestro I, al quale la tradizione aneddotica cristiana attribuisce la presunta vittoria in uno dei primi episodi di dispute religiose con esponenti ebrei, eventi purtroppo tristemente noti nella storia ebraica come occasioni di umiliazioni e dileggio e talora di vere e proprie violenze nei confronti della locale comunità ebraica; c’è anche chi non la considera di alcun particole rilievo, solo richiedendo attenzione a ricordare il necessario cambio di data nei documenti e nelle lettere. Nelle varie modalità di riferimento al primo di gennaio – probabile che ce ne siano anche altre – si esplica qualcosa del nostro modo di vivere l’identità ebraica. Certamente è un’occasione per ribadire il valore delle differenza, in senso positivo, cioè non come sporadica ostentazione ma come modo di vivere in cui lo scorrere del tempo ha per noi ebrei dei riferimenti diversi; ad esempio, semplicemente ricordando la giornata odierna, come “yom revi’ì”, il quarto giorno della settimana, in cui con rinnovato anelito incominciamo a guardare all’approssimarsi dello shabbat e a quanto occorre per questo predisporre. Ricordiamo come, a partire dal quarto giorno, la settimana si identifichi con la Parashà, la lettura di Torah del prossimo Sabato, in questo caso ci riferiamo quindi alla Parashà “Vaiggash”, in cui leggiamo la svolta nelle vicende della famiglia di Giacobbe, con il riconoscimento di Giuseppe ai fratelli e la discesa del patriarca in Egitto con tutta la famiglia , con cui, di fatto, ha inizio la prima “diaspora” ebraica, un evento che avrebbero segnata la storia e la coscienza del popolo. Non per nulla il midrash interpreta l’iniziativa del patriarca Giacobbe di inviare in Egitto il figlio Yehudà quale avanguardia del resto della famiglia ( Genesi 46,18), come desiderio di affidare al figlio, ormai divenuto il più autorevole tra i fratelli, il compito di realizzare un luogo protetto dove preservare lo studio di quella Torà che, secondo la tradizione, i patriarchi già conoscevano per ispirazione divina. I Maestri intendevano affermare che, nel momento in cui si iniziava la vita della famiglia di Giacobbe fuori dalla terra di Canaan, era necessario e indispensabile preservare l’identità ebraica attraverso lo studio della Torah. Agli eventi più tragici della storia ebraica, in Israele e nel mondo, ci rimanda, in prospettiva, la data odierna – 4 del mese ebraico di Tevet – ricordandoci che tra meno di una settimana, il Dieci di Tevet, avremo una giornata di digiuno, istituito in tempi antichi a ricordo dell’inizio dell’assedio babilonese a Gerusalemme che avrebbe portato alla distruzione del Santuario e scelto come “giorno di Kaddish” per tutte le vittime della Shoà del popolo ebraico. Una triste ma necessaria occasione per svolgere una riflessione sulla Shoà con modalità e valori di riferimento essenzialmente interni all’ebraismo.
Direi che, tanto più disponendo di una giornata di pausa dal lavoro, abbiamo di che caratterizzare in modo ebraico, la giornata odierna: 4 del mese di Tevet, quarto giorno della settimana della prossima Parashà di Vaiggash, anno 5780, nel corso del quale siamo giunti al quarto mese. Anche facendo gli auguri ai nostri amici non ebrei, ricordando loro, non attraverso discorsi didascalici ma con il nostro esempio di vita, che il riconoscimento dell’esistenza di diversi parametri e valori di riferimento del tempo è uno dei fondamenti della coesistenza pacifica, rispettosa e fruttuosa tra comunità e culture diverse.

Giuseppe Momigliano, rabbino capo di Genova