Periscopio – Da un anno all’altro
Nel fare un consuntivo del 2019, non si può, purtroppo, non tracciare un quadro decisamente nero. Tra i tanti motivi di sconforto e paura, cerco di sintetizzare quelli che mi paiono i più evidenti e significativi.
Innanzitutto, ovviamente, non si può non esprimere una profonda angoscia per l’impressionante incremento di violente manifestazioni di antisemitismo, nelle più svariate forme, pressoché dovunque, in Francia, Germania, Stati Uniti, Gran Bretagna, nel mondo islamico ecc. Dovunque si registra un incremento esponenziale di attacchi verbali e fisici, spesso mortali. La parola “antisemitismo” è una delle più ricorrenti sui mass media di tutto il mondo. Ed è incredibile la cecità di chi ancora di ostina a volere dare a questo ripugnante fenomeno soltanto questa o quella veste specifica (fascista, comunista, clericale, islamico ecc.), ignorando tutte le altre. Mai come in quest’anno nefasto, infatti, la malapianta ci ha ricordato che cresce in tutti i giardini: quelli dei suprematisti bianchi e neri, degli estremisti islamici e dei neonazisti, dei radicali di sinistra e di destra, delle masse ignoranti, povere e frustrate e di raffinati e ricchi intellettuali. Le serpi sul capo della Gorgone sono tante, ma la testa è sempre la stessa. Bisogna essere ciechi per non vederlo.
Che dire, poi, sul piano geopolitico? Con le Nazioni Unite e l’Unione Europea che continuano senza sosta a martellare Israele, senza spendere mezza parola sui veri crimini dei tanti “stati canaglia”, e la Cina e la Russia che fanno esercitazioni militari congiunte con l’Iran? Perché mai gli ayatollah dovrebbero cambiare le loro posizioni, se ricevono, così come sono, un tale onore, siffatto attestato di fiducia e fratellanza? Il messaggio è chiarissimo.
Qualcuno ha detto, con felice espressione, che la mancata elezione di Corbyn a premier, nel Regno Unito, è stata come una “pallottola schivata”. Giusto, vero, ma io continuo a considerare terribile e disgustoso che milioni di cittadini della più antica democrazia del mondo abbiano deciso di affidare le sorti del loro Paese nelle mani di un tale sinistro personaggio. Ha perso, per fortuna, ma lui, le sue idee, i suoi elettori, stanno ancora là.
Viva preoccupazione, poi, non può non suscitare l’evidente logoramento dello storico legame sussistente tra il Partito democratico americano e lo Stato di Israele, verso cui diversi candidati alla Presidenza manifestano posizioni di sempre più marcata lontananza. E non si erano mai sentite, in precedenza, nel Congresso degli Stati Uniti, voci così apertamente e radicalmente antisioniste. È vero che il Presidente in carica si mostra fermamente schierato a fianco dello Stato ebraico, ma è un personaggio fortemente divisivo, ed è inevitabile che le forti antipatie che suscita si estendano anche al piccolo Paese che protegge (e che di nuovi antipatizzanti non avrebbe proprio bisogno).
I terroristi che governano Gaza, tenendone prigioniera la sventurata popolazione, continuano nella loro instancabile azione criminale, mentre da Ramallah non arrivano altro che lugubri messaggi di odio. Ma motivi di pessimismo e inquietudine sorgono anche dall’interno dello stesso mondo ebraico, nel quale la legittima dialettica ideologica – anche in Italia – pare spesso sfociare in forme di demolizione e criminalizzazione personale nei confronti di chi osi pensarla in modo diverso. Ed è decisamente triste vedere che settori non marginali dell’opinione pubblica filosionista confondano la sacrosante lotta contro il fanatismo islamico con una lotta contro l’Islam “out court”. Neanche l’opinione pubblica ebraica e filoisraeliana, purtroppo, pare al riparo dal dilagante odio dei social, ed è una cosa che ritengo quanto mai triste. E deciso sconcerto suscita la paradossale ‘impasse’ del sistema istituzionale israeliano, ove i veti contrapposti impediscono la formazione di un governo legittimo, costringendo gli elettori a reiterate chiamate alle urne, con dissennato sperpero di risorse pubbliche e costante calo di fiducia nelle istituzioni. E, al proposito, mi permetto di esprimere la mia incredulità nei confronti di chi mostra addirittura di compiacersi di questa situazione, che sarebbe una prova di democrazia, perché “nelle democrazie si vota”, e quindi più si vota e più si è democratici. Domandina: ammettiamo che la Knesset non riesca mai a esprimere una maggioranza, e che l’attuale governo continui a operare in regime di ‘prorogatio’ “sine die”, mandando la gente a votare ogni quattro mesi, per anni e anni, andrebbe tutto bene? Sarebbe democratico? Anche in tante altre occasioni i risultati delle elezioni israeliane parevano avere offerto un quadro di ingovernabilità, ma il comune senso di responsabilità aveva sempre permesso una soluzione. Stavolta no, prevale l’irresponsabilità, nel Paese al mondo che meno potrebbe permetterselo.
Addio, 2019.
Al 2020 chiedo solo di essere un po’ meno orribile. Chiedo davvero poco.
Francesco Lucrezi, storico