Russi e Lega araba contro piano di pace Usa mentre la tensione sul terreno sale
L’aviazione militare israeliana ha colpito la scorsa notte alcuni obiettivi militari del gruppo terroristico di Hamas a nord di Gaza in reazione ai continui lanci dalla Striscia di razzi e di grappoli di palloni collegati ad ordigni esplosivi. Il portavoce militare israeliano ha spiegato che l’esercito ha colpito una “infrastruttura sotterranea” realizzata da Hamas per “fini terroristici”.
Tra gli israeliani costretti a correre nei bunker nelle scorse ore, anche il leader di Kachol Lavan Benny Gantz in visita al Kibbutz Nahal Oz (situato a breve distanza dal confine con Gaza).
Questa nuova fiammata di violenza palestinese appare, spiegano i media israeliani, come una reazione al piano di pace annunciato dal presidente Usa Donald Trump: nessuna voce palestinese, né a Gaza né a Ramallah, ha accolto con favore la proposta Usa denunciandola come un favore alla sola Israele. Il leader dell’Anp Mahmoud Abbas, come già avvenuto in passato, ha minacciato di cancellare la cooperazione tra israeliani e palestinesi sul fronte della sicurezza in Cisgiordania. L’aver ottenuto al Cairo l’appoggio della Lega Araba ha reso Abbas più sicuro di poter portare avanti le sue minacce. Per la Lega araba, infatti, il piano Usa “non soddisfa il minimo dei diritti e delle aspirazioni del popolo palestinese” e l’unica iniziativa da cui si possa partire è quella proposta dalla Lega stessa, che include uno Stato palestinese sulle linee del 1967 con Gerusalemme Est come capitale. Anche il Cremlino si è messo di traverso agli Stati Uniti, esprimendo la propria contrarietà al piano: “C’è tutta una serie di risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu – ha affermato il portavoce Dmitry Peskov ai media russi – È ovvio che alcuni punti di questo piano non sono pienamente conformi alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU”. “Abbiamo visto la reazione dei palestinesi, la reazione degli Stati arabi, che mostrano solidarietà con i palestinesi nell’opporsi a questo piano. Questo solleva certamente dei dubbi sulla sua fattibilità”, il messaggio di Mosca che potrebbe intiepidire le azioni del Premier israeliano uscente Netanyahu che vorrebbe – sullo slancio del Piano Trump – annunciare già in questi giorni l’annessione della Valle del Giordano e l’estensione della sovranità israeliana sugli insediamenti in Cisgiordania (elementi previsti nel piano stesso). I russi potrebbero far sentire la loro voce a Gerusalemme, vista la loro influenza sempre più significativa sul Medio Oriente e rallentare il progetto di Netanyahu. Quest’ultimo in ogni caso deve attendere il via libera dell’avvocatura dello Stato perché Israele è guidato da un governo ad interim con un parlamento sciolto. Non è detto che vi sia quindi la legittimazione legale a promuovere un’azione così significativa come l’annessione.
Intanto è tornato a parlare, entrando a gamba tesa sui vertici palestinesi, l’ideatore del piano di pace, il genero di Trump Jared Kushner. In un’intervista a un’emittente egiziana Kushner ha sostenuto che la sua proposta è l’ultima chance per i palestinesi di ottenere uno Stato: “Quello che sta succedendo da molti anni è che Israele si sta espandendo, mentre si continua a negoziare e non c’è stata una soluzione al conflitto”. Kushner ha detto che gli Stati Uniti stavano lavorando per raggiungere un accordo con Israele in base al quale riconoscere la sovranità israeliana su alcune parti della Cisgiordania, permettendo così a Gerusalemme di procedere con i piani di annessione e che in questo quadro i palestinesi si devono inserire altrimenti rimarranno fuori dalla partita.
A rivolgersi ai palestinesi, o meglio ad Abbas è stato il presidente d’Israele Reuven Rilvin che ha rispedito al mittente il tentativo del leader palestinese di screditare Israele. Abbas nel so discorso aveva denunciato l’arrivo in massa di russi ed etiopi non ebrei affermando che per questo motivo lui non poteva riconoscere Israele come Stato ebraico. “Nessuno cambierà il carattere ebraico e democratico del nostro Stato”, ha detto Rivlin. “Siamo uno Stato democratico per tutti i nostri cittadini ed è uno Stato ebraico per la semplice ragione che il popolo ebraico non ha un altro Stato. È tornato alla sua terra”, ha continuato Rivlin. “Sono nato 80 anni fa, quando c’era un quarto di milione di ebrei in questa terra. Oggi sono il presidente di uno Stato con 9 milioni di cittadini e 7 milioni di ebrei, che parlano ebraico e sentono che questo Stato è ebraico – ha detto aggiungendo che – siamo venuti a vivere in pace con chi è nato e vive in questa terra”.