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Giornalisti cacciati con le leggi razziste,
a Roma una simbolica riammissione

Da Alfonso Costa Arbib, firma de “La Tribuna”. Ad Alfredo Zevi, in forza alla “Rassegna Industriale e del Lavoro”. Sono trenta i giornalisti radiati dall’albo di Roma il 16 febbraio del 1940 per effetto delle Leggi razziste promulgate dal fascismo. Nomi noti e meno noti. Giornalisti di quotidiani italiani, corrispondenti di testate straniere. Giornalisti a tempo pieno e giornalisti a tempo parziale. Intellettuali di fama come Alberto Pincherle, dai più conosciuto come Alberto Moravia.
A tutti loro è stato dedicato un momento di riflessione, organizzato nella sede della Fondazione sul giornalismo Paolo Murialdi. Un’occasione per ricordarli personalmente e per ricostruire il contesto in cui tutto ciò avvenne e l’indifferenza con cui tali espulsioni furono accolte. Ma anche per sancire, in modo simbolico, una loro riammissione in quell’elenco.
Una istanza che Paola Spadari, presidente del Consiglio dell’Ordine dei giornalisti del Lazio oggi intervenuta al termine della mattinata, sta cercando di promuovere anche in tutti gli altri Ordini regionali che sancirono l’allontanamento dei colleghi perché ebrei o di origine ebraica.
Apertosi con un intervento di Vittorio Roidi, presidente della Fondazione Murialdi, il convegno è proseguito con una relazione di Enrico Serventi Longhi e con gli interventi di Massimo Finzi, assessore alla Memoria della Comunità ebraica di Roma, e di Silvia Haia Antonucci, responsabile dell’archivio storico comunitario.

(18 febbraio 2020)