Contagio, numeri e persone

SoraniTempo di epidemia, tempo di contagio, tempo di timore sospetto e sospensione. Ritmi di vita e di attività interrotti, esistenze sospese nel vuoto aspettando l’uscita dal tunnel e la ripresa della normalità. In questi giorni procediamo immersi in un clima surreale e fuori di ogni possibile progettualità, abituati invece a un mondo che vive programmando le banalità più ovvie.
Ma questo stato di cose irreale, derivato da un impulso razionale che però confina con la follia (la pretesa di bloccare un processo naturale rapido e invisibile come la trasmissione di un virus), è unico e prezioso perché consente una analisi fenomenologica del comportamento degli esseri umani e degli atteggiamenti sociali in condizioni anomale, in situazioni limite.
E quel che scorgiamo di noi stessi, da questo squarcio di verità sotterranea che traspare solo nell’emergenza in cui siamo precipitati, non ci piace affatto, anzi ci inquieta e ci fa un po’ ribrezzo. Chi si ammala, divenendo preda di Covid-19 nei nostri giorni di pandemia, non è più un individuo che soffre e che rischia di perdere la propria esistenza e i propri affetti, ma diviene istantaneamente un numero – un caso di contagio che si aggiunge ad altri n casi di contagio predisposti a diffondere il contagio – smarrendo la propria soggettività per acquisire la fisionomia del pericolo oscuro e indistinto, la dimensione dell’untore e quindi i tratti del nemico, in una collettività in cui quel che conta è in definitiva solo l’incolumità personale e che tende dunque a perdere i caratteri di società coesa.
Un esempio concreto di tale palese smarrimento di solidarietà verso l’altro e di sensibilità comune è la tendenza a sminuire i danni prodotti dal contagio nella misura in cui questo colpisce prevalentemente gli anziani, o comunque chi ha più di 60 anni. Come se la sofferenza e la eventuale scomparsa dei non più giovani fosse un male collaterale tutto sommato accettabile e prevedibile: non una perdita di persone con la ricchezza del proprio mondo interiore, non lo smarrimento di contributi individuali al bene della comunità; ma semplicemente una lieve alterazione della normalità, che in questi casi è da mettere in inventario.
La nostra società, in definitiva, non ha perso la tendenza ad appiattire la realtà a numero, a quantificare piuttosto che qualificare. Un orientamento che ha dei precedenti agghiaccianti nel secolo scorso, e che pare accentuato dall’approccio tecnologico dei nostri giorni. È preoccupante che la difficoltà, che l’emergenza collettiva di oggi metta in risalto l’aspetto freddamente calcolatore della nostra identità, quando forse avremmo bisogno di una rafforzata umanità e di una convergenza solidale.
David Sorani

(3 marzo 2020)