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Gli italiani e l’emergenza sanitaria

Qual è il grado di preoccupazione degli italiani rispetto al virus? Quanto pensano durerà l’emergenza? Come si trovano in questa condizione di quarantena forzata a casa? Cosa prevedono per il loro futuro lavorativo? Sono alcune delle domande a cui risponde la nuova edizione del Radar Coronavirus di Swg. Riccardo Grassi, direttore di ricerca dell’istituto, l’ha analizzato assieme alla redazione di Pagine Ebraiche nell’ultimo appuntamento del notiziario pilpul sui canali Facebook UCEI e Pagine Ebraiche.
“Niente più sarà come prima”: questa idea ormai si fa strada nel Paese, come dicono i numeri e come conferma l’elaborazione di Swg. Si guarda con preoccupazione al futuro, ma anche al presente. Se la speranza è che la situazione si possa risolvere entro due-tre mesi (così il 60% degli italiani), i timori per un possibile contagio infatti crescono, soprattutto pensando ai propri familiari.
Una dura prova di resilienza, anche se il Paese sembra tenere. Il 65% dichiara di stare reagendo senza particolari affanni. “Due intervistati su tre dichiarano di riuscire a reagire positivamente, per quanto sia comunque alto il bisogno di tornare alle proprie abitudini. I trend sono stabili. Ciò vuol dire che, per quanto poco più di un terzo dei nostri concittadini facciano fatica a reagire – viene spiegato nel Radar – la situazione non si sta deteriorando”.
L’incertezza (52%) è il sentimento dominante. Seguono speranza (38%), vulnerabilità (33%), paura (32%) e angoscia (31%). A un livello abbastanza contenuto il sentimento di rabbia (15%).
Per quanto concerne la gestione dell’emergenza, gli italiani sembrano fare una distinzione tra i diversi soggetti coinvolti. Apprezzati in particolare gli sforzi di Protezione Civile (voto 7,7) e Regione Lombardia (7,4), mentre è netta la bocciatura per l’Unione Europea (4,0). Sufficienza piena per il Governo (6,6).
Da un confronto fatto con dati provenienti da altri Paesi si evince inoltre come il consenso per i provvedimenti presi dal governo italiano sia più alto che altrove. L’approvazione per le misure in Italia è del 78%, in Francia del 71%, in Germania del 40%, in Polonia del 54%.
“In economia tutto cambia”. Appare evidente infatti l’impatto dell’epidemia sull’economie famigliari. Già oggi la maggioranza degli italiani sta riducendo le spese e tagliando i costi non essenziali. In prospettiva, anche dopo la fine dell’emergenza, nell’ottica di limitare le uscite, i primi servizi di cui le famiglie potrebbero fare a meno – si apprende dall’indagine Swg – “sarebbero gli abbonamenti, soprattutto quelli inerenti le piattaforme musicali e i videogiochi a pagamento”. Sottoscrizioni a parte, a risultare a forte rischio di tagli è “anche la beneficenza”.
Sostanzialmente stabile il consenso attribuito alle diverse forze politiche, non ritenute soggetti centrali di questa emergenza. La sensazione, ha spiegato Grassi, è che gli italiani andranno a punire quelle forze che dovessero agire in modo smodato. “Questo perché si ritiene che non sia il momento di alzare i toni, ma di lavorare uniti per delle soluzioni”. Si gioca comunque in queste settimane una battaglia anche politica significativa. “Se oggi il Parlamento dovesse diventare rissoso e inconcludente, la sua centralità per il futuro rischierebbe di calare. Tutte le forze parlamentari sono oggi chiamate alla responsabilità”.

(27 marzo 2020)