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Il salmo della speranza

Nel corso degli anni si è andato formando un insieme di testi di preghiere che evidenziano il significato dello Stato d’Israele dal punto di vista del pensiero del sionismo religioso che lo interpreta come straordinaria manifestazione della Provvidenza e, secondo alcuni, come “Reshit zemichat gheulatenu”. Ovvero, primo inizio della fioritura dell’era messianica. Nel contesto di questo particolare “Siddur”, formulario di preghiere per Yom Ha-Azmaut, la celebrazione della preghiera serale si apre con la lettura del Salmo 107 che è noto nella liturgia festiva in quanto viene letto come salmo festivo per l’ultima sera di Pesach, secondo il rito italiano, e in tutti i giorni di festa solenne di Pesach, secondo il rito sefardita. Un aspetto sorprendente di questo testo biblico – si tratta di un Salmo di ringraziamento introdotto dalle parole “Ringraziate il Signore poiché è buono, poiché è eterna la Sua bontà” – è dato dal fatto che ha un carattere così generale che può essere interpretato in tanti modi completamente diversi, sia legati al popolo d’Israele che in senso universale. Il Salmo ci riporta quattro situazioni di grave pericolo da cui le persone che ne sono state salvate traggono motivo di ringraziare il Signore: viaggi lunghi e pericolosi come i percorsi nel deserto, traversate marittime solcate da paurose tempeste, gravi malattie che hanno portato sulla soglia della morte, la prigionia con dura reclusione. Il Talmud (Talmud Berachot 54b) trae proprio da questo Salmo il fondamento della Mizvah delle Berachà di ringraziamento per lo scampato pericolo – “Birkat ha-Gomel”- che devono recitare le persone che hanno superato una delle le quattro categorie pericoli ricordati nel testo in oggetto. Questa mizvah è propriamente un dovere religioso che riguarda gli appartenenti al popolo ebraico, tuttavia diversi commentatori, a partire da Rashì, ritengono che il contesto poetico ed espositivo del Salmo abbia un carattere universale e che ogni essere umano scampato ad una situazione di pericolo debba ringraziare il Signore, anche se con parole diverse dalla Berachà ebraica, per tutto ciò che lega la vita di ogni persona con l’Eterno. Altri commentatori invece leggono il Salmo, nelle sue quattro scansioni, come un riferimento ad esperienze di pericoli e salvezze legate alla storia del popolo ebraico, gli uni come richiamo al passato altri invece come profetiche allusioni al tempo della redenzione; tra questi ultimi un commento di un rabbino della tradizione sefardita – Yosef Nachmias, vissuto a Toledo nel 14° secolo, li intravvede come legati al tempo della “riunificazione dei dispersi”, richiamandosi al senso testuale dei primi versetti “Coloro che il Signore ha redenti dalla mano del nemico e che ha radunato da diversi luoghi, dall’occidente e dall’oriente, dal nord e dall’oltremare”. Sviluppando questa linea esegetica a suo tempo indicata da rav Nachmias, un commento recente di questo Salmo, elaborato da Rav Elchannan Samet, legge queste quattro categorie di salvezza da altrettanti pericoli come allusioni alle durissime traversie sperimentate dai sopravvissuti alla Shoah per raggiungere l’agognata Terra d’Israele, passando attraverso viaggi lunghi, per mare e per terra, quanto mai solcati da pericoli di ogni genere, soffrendo privazioni e malattie, passando spesso per nuove prigioni e campi di detenzione, fino a ricomporre nella Terra dei Padri l’inizio della riunificazione dei superstiti del popolo d’Israele da ogni parte del mondo.
È bello pensare che questo Salmo, che rappresenta l’espressione di ringraziamento al Signore, tanto quando sgorga dal cuore del popolo ebraico quanto sulla bocca ogni essere umano, venga letto a Yom Ha-Azmaut come espressione di speranza che lo Stato d’Israele possa un giorno essere fonte ed oggetto di ringraziamento a D.O indistintamente da parte di tutti gli uomini, in ogni parte del mondo.

Rav Giuseppe Momigliano, rabbino capo di Genova

(30 aprile 2020)