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Una Repubblica
fondata sul lavoro

L’Italia “concorde e unita” deve saper “ridisegnare attraverso il lavoro” il futuro prossimo del Paese. Lo afferma il Capo dello Stato Sergio Mattarella nel suo messaggio agli italiani per il Primo maggio. Un messaggio in cui si ricorda l’importanza del lavoro – “non ci può essere Repubblica senza lavoro, come afferma solennemente il primo articolo della nostra Costituzione” – e al contempo si chiede alla politica chiarezza e di evitare inutili scontri. Come riporta La Stampa, Mattarella fa appello affinché vi sia “un responsabile clima di leale collaborazione tra le istituzioni e nelle istituzioni”. Basta dunque con le polemiche tra governo, opposizioni e regioni. Ai cittadini chiede – con l’avvio della fase 2 – di continuare a comportarsi con prudenza per non “vanificare i sacrifici fin qui fatti”.

Quale lavoro. La crisi sanitaria ha portato con sé una profonda crisi economica, con il Pil nell’Eurozona in calo del 3,8% rispetto al trimestre precedente (dati dell’Eurostat) mentre l’Italia registra un – 4,7%. E in questo quadro i giornali riflettono su un Primo maggio diverso dagli altri: “Non c’è molto da festeggiare il lavoro, oggi. Non lo festeggiano quelli che l’hanno già perso. Quelli cui è stato sospeso. Quelli in cassa integrazione”, scrive Antonio Polito sul Corriere, invitando a ricordarsi di chi il lavoro lo ha perso a causa della crisi sociosanitaria e a dimostrare una vera solidarietà sociale. Marco Revelli su La Stampa dedica invece il suo editoriale ai lavoratori che definisce invisibili: dagli operai delle filiere agli autisti, dai netturbini ai lavoratori e lavoratrici della cura e dell’assistenza sociale. E poi chiude citando Vittorio Foa: “richiesto di ricordare un qualche Primo Maggio della sua vita, Foa ripensando ai ‘tanti Primi Maggio trascorsi in galera’ li definì ‘di festa e di lotta’ perché ‘giorni di fede combattiva nell’avvenire’”. Repubblica invece raccoglie alcune testimonianze da tutta Italia di chi ha perso il lavoro a causa della crisi: “Il Primo Maggio del lavoro perduto”, il titolo dell’approfondimento.

Diritti contro le diseguaglianze. Su Repubblica, il direttore Maurizio Molinari richiama uno degli episodi che ha ispirato la festa dei lavoratori: l’incendio a Manhattan del Triangle Shirtwaist Factory il 25 marzo 1911 che causò la morte di 146 operaie del tessile. “Avevano tutte fra i 14 e 23 anni, immigrate italiane ed ebree, morirono nella maniera più orribile perché scale e porte – fra l’ottavo e il decimo piano – erano state bloccate per impedire ai dipendenti di uscire durante l’orario di lavoro. – ricorda Molinari – Quelle vittime della brutalità della rivoluzione industriale scossero l’America. Si innescò così un domino di consapevolezza che avrebbe portato a costruire nelle democrazie, nell’arco di una generazione, le protezioni sociali che oggi, pur nella loro imperfezione, definiscono lo Stato di Diritto”. Protezioni che vanno ribadite oggi mentre ci confrontiamo con gli effetti della pandemia, il messaggio di Molinari.

Napoli, il Primo maggio e l’ignoranza della storia. Incredibile e inquietante la gaffe dell’assessorato al Lavoro del Comune di Napoli retto da Monica Buonanno. Ieri per annunciare la giornata del Primo Maggio sul sito dell’assessorato del Comune è stata pubblicata una locandina con il cancello di Auschwitz e la scritta “il lavoro rende liberi”, più precisamente in tedesco, “Arbeit macht frei”. – riporta il Mattino di Napoli – Dopo alcune ore l’immagine è stata rimossa con le scuse dell’assessore, ma la gaffe ormai era stata notata da molti”.

Il mondo secondo Harari. Ampia intervista sul Corriere 7allo storico israeliano Yuval Noah Harari, saggista dal successo planetario. Secondo Harari la pandemia ci ha fatto capire che serve una globalizzazione più solidale e gli evidenzi limiti del populismo: “I leader populisti che fanno? Esasperano le divisioni, fomentando l’odio per gli stranieri e le minoranze. – afferma Harari – In India accusano gli islamici, i Paesi islamici accusano Israele, Trump accusa i cinesi… Ma il coronavirus ci sbatte in faccia che l’umanità è globale, ha un solo destino. Non abbiamo bisogno di nuove ideologie o religioni per capirlo. Agli occhi del virus fa differenza se sono israeliano o italiano? No. Siamo tutti prede. Le uniche differenze, anagrafiche, valgono in ogni Paese”. Tanti i temi toccati nell’intervista tra cui quello della metafora di questa pandemia con la guerra: “Se usi la metafora della guerra poi diventa naturale dare poteri speciali a uomini forti, alla polizia e all’esercito, ai generali, come alcuni vorrebbero qui in Israele. Ma quali competenze ci servono? Quelle di chi sa uccidere odi chi sa curare?”.

Non è una guerra. In un editoriale sul settimanale IL del Sole 24 Ore, Elena Loewenthal spiega perché la crisi che stiamo vivendo non è una guerra – non siamo divisi ma tutti nella stessa barca -, ricordando anche l’esperienza della madre durante il fascismo e la persecuzione. Ma un parallelo si può fare, scrive Loewenthal, quando guardiamo alla scuola: le comunità ebraiche, anche nell’emergenza delle Leggi razziste, seppero riorganizzarsi e creare delle classi per dare ai propri figli un’istruzione anche nei tempi più bui. Un esempio di resilienza positivo da ricordare nel presente.

La diplomazia europea e la richiesta a Gerusalemme. Dieci ambasciatori europei, Italia compresa, hanno presentato “un passo formale” al governo israeliano perché non proceda con la costruzione di nuove case a Gerusalemme est e contro una eventuale annessione di parti della Cisgiordania. Passi “unilaterali, che potrebbero danneggiare gli sforzi di riavvio dei colloqui di pace”, la posizione degli ambasciatori, riportata in una breve da Avvenire.

Daniel Reichel