In salute grazie alla Torah
“Il morbo infuria,
il pan ci manca,
sul ponte sventola
bandiera bianca”. […]
La celebre poesia di Arnaldo Fusinato ricorda un’altra epidemia: il colera che colpì Venezia assediata dagli austriaci nel 1848-49. Nella storia, le epidemie si sono ripetute con triste frequenza. Boccaccio nel 1348, in una villa sui colli fiorentini dove si era ritirato con pochi amici per sfuggire ad un’epidemia di peste, scrisse le novelle che divennero il Decameron. Manzoni ci racconta nel trentunesimo capitolo de I promessi sposi, che nel XVII secolo “La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, com’è noto; ed è noto parimenti che non si fermò qui, ma invase e spopolò buona parte d’Italia.
Poco dopo, in questo e in quel paese, cominciarono ad ammalarsi, a morire, persone, famiglie, di mali violenti, strani, con segni sconosciuti alla più parte de’ viventi. Il protofisico Lodovico Settalla (…) che ora, in gran sospetto di questa, stava all’erta e sull’informazioni, riferì il 20 d’ottobre, nel tribunale della sanità, come, nella terra di Chiuso (l’ultima del territorio di Lecco, e confinante col bergamasco), era scoppiato indubitabilmente il contagio. Non fu per questo presa veruna risoluzione”.
Dalle parole di chi minimizza l’epidemia, alla noncuranza della popolazione, dai provvedimenti che arrivano troppo tardi alla nobile missione di chi presta aiuto agli ammalati, dall’egoismo dei tanti (troppi) che fanno i propri comodi, all’opera di sensibilizzazione portata avanti da istituzioni. Insomma, le parole del Manzoni sono uno specchio: lì dentro ci siamo anche noi ai giorni nostri. Non è certo pensabile di stabilire, soprattutto in questa sede, quale sia la causa della pandemia di Covid 19 , ma abbiamo sentito tutti agli inizi della diffusione del virus, l’accusa ai cinesi di Wuhan di aver prima contratto il morbo e poi averlo diffuso, perché consumatori abituali di carne di animali strani. In particolare carne di pipistrello. Sinceramente quando ho letto la notizia e l’accusa mi parve frutto di fantasia e pretestuosa. Invece, leggendo la parashà di Shemini, ho trovato con sorpresa il divieto di cibarsi di carne degli animali più diversi, tra cui proprio quella di pipistrello!
Sono passati 3500 anni, ma la Torah si dimostra ancora una volta preveggente, anzi veramente profetica e sempre attuale. E tutti questi comandamenti che appaiono strani, talvolta spiacevoli (quanti vorrebbero assaporare un salamino!) hanno dimostrato la loro validità nel corso di (tanti!) secoli: spesso nel corso delle epidemie storiche gli ebrei erano meno affetti dei loro concittadini non ebrei, suscitando la loro invidia che spesso si trasformava in rancore ed in assurde accuse di essere “untori”. Invece la spiegazione è chiara: tra alimentazione controllata dalle norme della kasheruth (in tutti i suoi complessi risvolti) e l’osservanza delle norme igieniche degli svariati lavaggi rituali, la popolazione ebraica veniva difesa (a sua insaputa) dalle contaminazioni e dalle infezioni che periodicamente imperversavano, falcidiando le popolazioni. Era solo osservanza religiosa, ma si traduceva in un vitale vantaggio di salute!
Roberto Jona, agronomo