Senza scuola non c’è ripartenza
Un contagio in regresso ma ancora sottilmente operante, difficoltà di scelta in una situazione di incertezza permanente, previsioni labili e forse non del tutto affidabili. Le condizioni non sono ottimali per iniziare una “seconda navigazione”. Ma poiché non stiamo delineando la visione di un platonico mondo ideale bensì la lenta ricostruzione di un reale mondo perduto, occorre salpare al più presto, anche se per prendere il largo occorrerà attendere a lungo. Ripartire è essenziale: lo è per l’economia ormai ferma, per la società imprigionata in casa, per non smarrire le strutture comuni e non perdere il treno verso il futuro; lo è per la psiche individuale e collettiva, incapaci di sopportare più a lungo una costrizione improduttiva.
Nel quadro di un progetto di ripresa graduale e blindato tramite indispensabili misure cautelative, la scuola non dovrebbe essere esclusa a priori, senza neppure vagliare le possibilità di una riapertura parziale e di un rientro diluito di studenti e docenti in aula. Non dovrebbe essere esclusa perché la dimensione formativa e l’istituzione scolastica che se ne fa carico sono elementi essenziali per il ritorno al funzionamento del meccanismo inceppato della nostra società, per la ripartenza di un sistema paese che vuole e deve iniziare la strada verso il recupero. Senza scuola, infatti, non c’è motivazione di fondo che dia un significato al nostro presente e non c’è progetto per il futuro. Essa è in definitiva, e contrariamente a quanto può apparire ad uno sguardo superficiale, un bene produttivo: è investimento, è pianificazione, è propellente, è energia, è sviluppo. O almeno dovrebbe esserlo in una struttura socio-politica razionale ed efficace.
In Italia invece, per sentenza inappellabile del governo Conte e della ministra dell’Istruzione Azzolina e nonostante vari appelli in senso contrario, di riapertura delle scuole e di ritorno in aula si parlerà solo a settembre, all’inizio del nuovo anno. Intendiamoci, di motivazioni alla prudenza e addirittura al rifiuto ce ne sono a iosa. L’andamento attuale dell’epidemia è instabile e imprevedibile; chi può dirci che un nuovo afflusso di alunni e insegnanti non provocherà una ripresa e una nuova diffusione del virus? Ma perché neppure discutere l’ipotesi-ripartenza, perché non provare a tracciare un percorso di rientro graduale e distanziato, con turni diversificati di numeri limitati di studenti? Ampliando il nostro sguardo, perché altrove – in paesi colpiti dal Covid-19 – le scuole piano piano riaprono i portoni e le classi, pronte in ogni caso a richiudere tutto di fronte a nuovi incrementi del contagio?
Temo che dietro la risposta negativa a priori da parte delle nostre istituzioni non ci sia solo una iper-prudenza o uno scettico realismo. Ipotizzo che il rifiuto dei vertici significhi anche scarsa fiducia nelle capacità della struttura scolastica italiana di organizzare una modalità didattica alternativa e protettiva in presenza degli alunni; mancanza di fiducia a mio parere immotivata, alla luce della grande prova di efficienza organizzativa e professionale che la scuola italiana ha dato e sta dando nella gestione dei percorsi on line. A monte, intravedo inoltre nella nostra governance una complessiva sottovalutazione del ruolo centrale che il sistema formativo dovrebbe esercitare nella ripresa complessiva e soprattutto nella progettazione delle linee essenziali per lo sviluppo di un mondo destinato a ripensarsi globalmente in tempi di incertezza universale. In questi frangenti la scuola non dovrebbe essere la cenerentola dei vari provvedimenti, bensì un motore e un apparato di rinnovamento. Le tecnologie informatiche e la didattica a distanza costituiscono certo un settore portante della trasformazione necessaria, ma non sono la panacea a cui provvidenzialmente affidarsi in tempi di epidemie fluttuanti; non possono soprattutto sostituire la socializzazione, il dialogo e la diretta comunicazione interpersonale con tutte le loro implicazioni educative e culturali. Ecco perché cominciare fin d’ora a tornare in aula insieme, a turno e a piccoli gruppi, sarebbe prezioso. Ma aspettarsi dall’apparato burocratico di Viale Trastevere o dalla sequela di direttive tramite DPCM l’apertura, il coraggio e addirittura la disponibilità sperimentale utili alla scuola del futuro appare davvero eccessivo. L’attività scolastica non offre immediatamente un ritorno economico, non risponde a evidenti urgenze occupazionali e sociali, come il settore produttivo o quello turistico; non è nell’occhio del ciclone e dunque per i nostri governanti può essere messa in stand by, può attendere tempi migliori per una ripresa più o meno tradizionale, con alcune misure precauzionali. Come se questo bastasse.
Peccato che abituarsi a un mondo senza scuola sia un male sociale, economico, politico: in definitiva, un male morale. Gli ostacoli, anche i più difficili, sono fatti per essere superati; non per indurre alla rinuncia.
David Sorani