Migranti
Uno dei primissimi studi italiani sul fenomeno dell’emigrazione venne scritto da Leone Carpi alla fine dell’Ottocento (Statistica Illustrata dell’Emigrazione, Roma, 1878). Protagonista dell’epopea risorgimentale, proprietario terriero, fu il primo deputato ebreo eletto nel Parlamento italiano. Dal suo lavoro sociologico e statistico emerge chiaramente l’impostazione che lo Stato italiano volle intraprendere nel trattare i fenomeni migratori. Per i funzionari pubblici, così come per il legislatore, l’emigrazione era allora, è oggi e (forse) sarà in futuro una questione di pubblica sicurezza. Tutta la materia è impostata da centocinquant’anni in termini che evitano accuratamente di analizzare le ragioni profonde a monte dei fenomeni migratori. Ci si concentra invece sul contenimento degli effetti delle migrazioni, che siano state in uscita (decine di milioni di italiani fino agli anni Venti del Novecento) o che siano in entrata (milioni di immigrati negli ultimi decenni). Anche il trattamento subito dagli ebrei come migranti in rapporto allo Stato italiano non ha fatto eccezione. Migliaia di ebrei che fuggivano dalla Germania nazista si trovarono nel Nord Italia negli anni Trenta, rigidamente schedati e controllati da un apparato di sicurezza che immediatamente li rinchiuse in campi di prigionia allo scoppio della guerra. Nel dopoguerra moltissimi ebrei in fuga dai paesi arabi per molto tempo vennero guardati a vista da uno Stato che faticò non poco a concedere il diritto di cittadinanza e non fu in grado di “pensare” processi di inclusione. Negli anni Settanta migliaia di ebrei russi “refusnik” vennero relegati in campi di transito (di nuovo gestiti dagli apparati di sicurezza) in attesa di poter emigrare vuoi negli Usa vuoi in Israele.
Oggi, come spesso nel recente passato, si ripropone alla società italiana la questione di una migrazione già presente sul territorio, ma non considerata nelle sue istanze giuridiche che, al contrario, sono oggi impellenti. Badanti, braccianti agricoli, operai edili, pescatori stranieri sono in Italia da tempo perché chiamati prima di tutto da esigenze sociali del paese. Pensiamo ai nonni che si sono trovati negli ultimi due mesi a vivere e convivere con il solo aiuto delle/dei badanti stranieri, molte volte “irregolari”. La domanda è: quanto è disposta l’Italia a ripensare una volta per tutte la sua visione giuridica (e di conseguenza politica) delle migrazioni? Siamo in grado di definire sulla base di elementi concreti e non retorici (l’Italia agli italiani!) il rapporto che si crea fra sviluppo e trasformazione della società e movimenti transnazionali di popolazioni e di lavoratori? E soprattutto: siamo disposti ad accettare l’idea che la sicurezza è solo uno dei criteri che può regolamentare le politiche migratorie, e neppure il più importante?
Gadi Luzzatto Voghera, Direttore Fondazione CDEC
(8 maggio 2020)