Altruismo normativo e metafisico

Ci sono due forme di altruismo che non sono sovrapponibili. Un altruismo normativo, come lo ha definirlo Nechama Tec, una studiosa della Shoah, e un altruismo per il quale proporrei il termine di altruismo “metafisico”. Nel primo caso siamo di fronte a un comportamento che non tutti sono in grado di fare proprio, ma che la società in generale approva. Un genitore che si prende cura dei figli, un insegnante che compie bene il suo lavoro, un amministratore onesto sono persone degne e stimabili. Ma la loro azione non è in conflitto con le norme. E’ in genere un comportamento socialmente e moralmente approvato. Nell’altruismo “metafisico” il gesto di solidarietà e di aiuto ad altri può invece essere compiuto in conflitto con delle norme stabilite e delle attese di una società o di un gruppo cui si appartiene. In questi casi il comportamento altruistico può essere fonte di esclusione e di emarginazione. In contesti tragici può costituire un pericolo per sé e per i propri cari. I richiami dell’etica e quelli del Super Io si sdoppiano con la conseguente riattivazione di sentimenti di colpa persecutoria, che l’Io può fronteggiare attingendo da fonti morali più alte, la giustificazione e la gratificazione interiore per le proprie scelte. In questo tipo di altruismo entra in gioco una capacità di “separatezza” interiore, frutto di esperienze dolorose che hanno forgiato il carattere, e di scelte che hanno come sfondo una condizione sociale, psicologica di “marginalità” interiorizzata, che si accompagna allo sviluppo di una capacità di pensiero autonomo e critico.

David Meghnagi, psicanalista