Un lungo dopoguerra
È vero che sedersi ad osservare gli “altri” che lavorano, giudicandoli severamente (e con petulante saccenteria), senza offrire alcun concreto aiuto, sia quanto di più ingrato si possa fare. Quasi che il vero obbiettivo, oltre a sputare comode e inverificabili sentenze, sia quello di vedere transitare il “cadavere” altrui, con malcelata soddisfazione. Quand’anche una tale salma corrisponda a qualcosa o qualcuno che ci appartiene. Questo atteggiamento, che è una vera e propria malattia dello spirito, la quale si nasconde sotto le false vesti del diritto di critica, è tanto più inopportuno quando si valuti l’operato di un governo posto sotto la pressione incalzante degli eventi. Se tali eventi hanno poi la natura dell’eccezionalità – ed è ciò a cui stiamo assistendo oramai da più di tre mesi – qualsiasi valutazione deve farsi non solo più cauta ma anche maggiormente mite. In quanto, le scelte pubbliche, che si muovono dentro margini non solo ristrettissimi ma anche imponderabili, sono inesorabilmente vincolate da calcoli di pura probabilità e non certo da sicurezze anticipabili a priori. Questa condizione è percepita nella sua essenzialità tanto più da quelle categorie di cittadini che da sempre si debbono confrontare, per ragioni professionali così come esistenziali, con quei margini di imponderabilità e di imprevedibilità che derivano da una condizione personale, e di gruppo, dove nulla è mai dato una volta per sempre. La vita, soprattutto le condizioni di vita in quanto tali, non sono mai state uguali per tutti. In questi mesi così travagliati, spesso il divario è nettamente aumentato. Chi non è, o non si sente, sufficientemente “garantito”, in genere ha visto incrementare la pressione delle circostanze, temendo ancora di più per il suo futuro: incertezza, decurtazione se non mancanza di reddito, angoscia per le prospettive a venire. Posta questa premessa, per nulla ritualistica, il timore che il combinato disposto tra incertezza e indeterminazione – necessità di interventi lampo ma anche a pioggia (ossia non selettivi e quindi anche potenzialmente inappropriati), soddisfacimento, almeno parziale, di una miriade di richieste (cosa per cui nessun esecutivo potrà mai dare reale appagamento) – e deterioramento del quadro economico generale, possa costituire una miscela pericolosa, è molto diffuso. Sia tra gli analisti, i quali in genere esercitano una facoltà di giudizio non fine a se stessa, che tra il resto della collettività. Quest’ultima, semmai, esprime l’angoscia crescente che deriva dal sentirsi “abbandonata”: confida, frequentemente, su inesistenti virtù taumaturgiche di ciò che appella con il nome di “Stato” e, soprattutto, dei “politici”. Quando non ne vede tangibile manifestazione, poiché le pubbliche istituzioni sono il risultato dell’agire sociale e non la guida totalizzante e unilaterale di quest’ultimo, traducono i malumori in invettive feroci ma sostanzialmente inette ed impotenti. I mesi a venire, e probabilmente gli anni, si incaricheranno di dire ad ognuno di noi quale sia il suo destino personale (soprattutto, quello collettivo). Detto questo rimane il fatto che le trasformazioni che stiamo iniziando a conoscere sono comunque oltremodo tempestose. Ed anche per una tale ragione il rischio è che la mole di misure assunte dal governo – in successione ma senza tuttavia riuscire a rispettare la tempistica dell’emergenza – con erogazioni, trasferimenti e sostegni sistematici a intere categorie produttive (da tradursi poi in concrete sovvenzioni e prestiti, di cui lo Stato deve comunque farsi garante), possano soddisfare bisogni estemporanei senza però riuscire nel vero obiettivo, ovvero l’aiutare nel suo insieme un sistema economico, e con esso civile, a non essere sommerso dalle onde di piena che si stanno succedendo. Va da sé, infatti, che il problema – quello che ci attanaglia per davvero – non siano solo le traiettorie di ognuno di noi ma soprattutto la somma di queste. Che fanno, se sommate, massa critica. In poche parole: se la produzione, e il lavoro, non dovessero riprendere a regime, una crisi fiscale dello Stato (tradotto in parole povere: l’incapacità, anche a breve, di onorare le sue competenze inderogabili, dal servizio del debito alla spettanze pensionistiche, dagli oneri per offerta di servizi pubblici agli stipendi dei dipendenti pubblici) sarebbe dietro l’angolo. Con effetti immediatamente traumatici anche su chi non dovesse pagare di persona un tale scotto. Poiché l’economia e le società, nella loro complessità, sono un groviglio di interdipendenze. Al netto della buona fede – che pure vogliamo riconoscere ai protagonisti di questa drammatica fase – rimane il fatto che molte amministrazioni (ed anche una parte dei cittadini) non hanno forse capito fino in fondo quale sia la posta in gioco: la nostra stessa esistenza come cittadini associati. Nessun gratuito apocalitticismo di circostanza, per cortesia, ma neanche l’ottimismo beota di chi ritiene di “avere capito tutto”. Qui, semmai, c’è tanto da riprendere a capire daccapo. Se vogliamo che questo tempo ingrato non trascorra inutilmente ma diventi storia condivisa. Che è sempre e comunque tale, in qualsiasi epoca, quando si trasfonde in coscienza di sé e di ciò che ci circonda. Ripetere i medesimi schemi, tristi e consunti, fatti di imputazione di “colpe” a prescindere, di invettive, di insulti e cos’altro, sarebbe solo il suggello di quell’impotenza che è la strada certa verso un declino inarrestabile. Cerchiamo almeno di risparmiarci l’evitabile.
Claudio Vercelli
(17 maggio 2020)