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Non cambierà nulla

Ci si chiedeva, qualche tempo fa, se dopo la pandemia saremmo stati migliori o peggiori. Io, a scanso di equivoci e per non rischiare troppo, scrissi che mi aspettavo che saremmo stati peggiori, o, quanto meno, che non sarebbe cambiato nulla nel nostro modo di essere e di comportarci. Siamo umani, e in quanto tali, dediti alle nostre passioni ancestrali: guardarci dall’altro come da un nemico, fargli le scarpe – se ha la buona sorte di portarle – ogni qualvolta sia possibile.
Fui criticato, anche in famiglia allargata, per la banalità della previsione, banale e pessimistica.
Ora, è vero che in questo lungo, sofferto e, per molti, doloroso frangente vi è chi si è comportato da eroe, con generosità e a rischio della propria salute e spesso della propria vita. Medici e personale sanitario come soldati in trincea. Ma qualcuno si sarebbe mai aspettato che la gente comune, la gente normale come te e me, si comportasse diversamente dal solito, rinunciando all’interesse personale e all’inderogabile egoismo della nostra insostituibile individualità? Non si sono visti farmacisti regalare mascherine. Non si sono visti negozianti offrire disinfettante e guanti monouso a prezzo ribassato, o a prezzo di costo, per renderli disponibili a tutti. Anzi, non si sono proprio visti in commercio né disinfettante né guanti monouso: assenti, quando non accaparrati per tempi più redditizi. E poi, una mascherina fasulla a dieci euro, per i più fortunati.
Questo era il durante. Come se il durante fosse già finito. Nel dopo, tuttavia, saremmo diventati certamente migliori. E, infatti, ora che nel dopo ci siamo e i vaporetti veneziani hanno ripreso a funzionare diradati e solo mezzi pieni, a flussi controllati, nessuno si sogna di cedere il proprio posto a una donna incinta di otto mesi di ritorno da una visita all’ospedale, sotto la pioggia, perché tutti hanno più fretta di lei. Anzi, i soliti distratti le passano avanti di straforo, per dimostrarle che il mondo non è della gente civile, ma dei furbetti incivili, quelli che proprio non vorresti avere per compagni di viaggio. E la signora, così, rimane a terra in una giornata di pioggia, ed è costretta a farsi due ore e mezza di trasbordi e coincidenze per arrivare a casa. Ti viene spontaneo chiederti se davvero, nella società di cui fai parte, ci sia posto anche per gente del genere. E non importa che al mondo ci siano anche persone belle e generose, che offrono i propri servigi al bene comune. Sono quelle altre che preoccupano e che occupano gli spazi più visibili e, spesso, più udibili. Gli strafottenti. Sono loro che alla fine emergono fra tutti e magari ti dettano le regole.
Dopo la pandemia non cambierà nulla, e non si vede perché qualcosa dovrebbe cambiare. Venezia è una città disastrata, e non è colpa della pandemia, come non è mai stata colpa dell’acqua alta. La Disneyland che chiude i battenti la sera per riaprire la mattina invasa dai turisti, via terra, via acqua, via cielo, si è fermata attonita e sgrana gli occhi davanti al proprio deserto. Gli alberghi hanno chiuso, i mille bed & breakfast piangono vuoti, la giostra dei negozi per turisti non ha più chi accogliere, le alghe ricoprono gondole e taxi, la paccottiglia a un euro giace polverosa e invenduta. Potrebbe essere una buona occasione per gli amministratori per ripensare la vita della città, per riprogrammare la sua sopravvivenza in funzione non solo del profluvio di denaro caduco che proviene dall’esterno, ma anche della vita che, stabile e organica, i pochi veneziani rimasti conducono nella loro mal sopportata e inutile permanenza.
‘Cambia, todo cambia’, recita una famosa canzone. Ma è solo una canzone, bugiarda. Cambia solo che al posto mio verrà poi un altro. Nell’insieme saremo sempre gli stessi, in fila disordinata, rissosa, e irrispettata.
Da tre mesi vivo in montagna, in relativa solitudine. La natura, tranquilla e serena, ha le sue regole, non riconosce privilegi, non agisce per solo interesse. Forse non è il modello possibile per la vita umana, ma un compromesso lo potrebbe forse ispirare.

Dario Calimani, Università di Venezia

(19 maggio 2020)