Caratteri nazionali

La discussione sulla pandemia che stiamo vivendo coinvolge diversi piani, certamente anche quelli che riguardano le grandi dinamiche del nostro tempo. Ed anche qui ci si divide fra cosiddetti globalisti e nazionalisti. Fra chi pensa che il virus certifica la presenza del grande processo di globalizzazione che caratterizzerebbe i nostri anni (il virus non conosce frontiere, distinzioni, dimostra che siamo già interconnessi) e chi sostiene il primato degli Stati-nazione (è lo Stato l’unico a poter imporre misure restrittive, non esiste autorità al di fuori di lui). C’è, come sempre, una terza via, che riconosce una verità in entrambe le posizioni: è vero che è lo Stato l’unica entità politica compiuta, ma è anche vero che si dimostra ancora una volta la sua insufficienza di fronte alle sfide dell’oggi. Ai tempi della formazione dello Stato-nazione si dibatteva molto sulle strutture che dovevano essere alla sua base. I consigli, i corpi mediani capaci di stabilire un collegamento fra la base e il vertice. Quali sono le strutture per la globalizzazione? La categoria del contagio sembra essere infatti quella del nostro tempo. È emersa almeno in tre grandi crisi degli anni 2000: terroristica, finanziaria, sanitaria. E aspettiamo la definitiva esplosione di quella climatica e quella demografica. Nei primi tre casi le istituzioni sovranazionali hanno sempre insistito su maggiore cooperazione fra intelligence, apparati economico-finanziari e istituzioni sanitarie. Che piega avrebbe preso il nostro tempo se queste parole non fossero cadute nel vuoto? Che piega prenderà il futuro se non avremo il coraggio di porci le stesse domande del ‘600, ma applicate al nuovo contesto politico? Avremo il contagio senza alcuna struttura per contenerlo. È la fine delle vecchie frontiere ad essere il terreno su cui costruire i nuovi limiti capaci di contenere. Se no è come chiudere King Kong in una gabbia per criceti.

Davide Assael