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Eugenio Colorni e l’Europa

Il 28 maggio 1944, settantasei anni fa, la banda Koch, una banda fascista aggregata alle SS romane, sparava, in una via di Roma, ad un uomo che sarebbe morto due giorni dopo in ospedale. Il nome sulla sua carta d’identità, falsa, era Franco Tanzi. In realtà si chiamava Eugenio Colorni, era un antifascista, un filosofo, un ebreo, e durante il periodo passato nel confino di Ventotene, fra il 1939 e il 1941, aveva collaborato con Altiero Spinelli e Ernesto Rossi alla stesura del Manifesto per un’Europa libera e unita, il testo fondativo della creazione dell’Europa. Membro del movimento di Giustizia e Libertà, dopo gli arresti che nel 1935 avevano fortemente indebolito questo movimento, Colorni era entrato a far parte del Centro Interno socialista, di cui era divenuto uno dei leader. Arrestato dopo le leggi razziste e confinato come antifascista – gli ebrei in quanto tali sarebbero stati internati solo a partire dal 1940 – era stato mandato a Ventotene e poi a Melfi, da dove era riuscito a fuggire riprendendo la sua attività clandestina antifascista. Un’attività importante, a cui avrebbe posto fine sotto l’occupazione nazista la banda assassina di Pietro Koch. Ricordiamolo in questo anniversario, in cui l’Europa che lui tanto ha contribuito ad immaginare è contestata da tante parti e in cui uomini come i suoi assassini sembrano riemergere nelle strade delle città italiane, a Milano, a Roma, approfittando della disattenzione e dell’indifferenza di tanta parte del popolo italiano.

Anna Foa, storica