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Il cammino e la terra

La condizione dell’esodo, e della diaspora che da ciò deriva nel lungo periodo, è un aspetto fondamentale nella storia dell’umanità. Non riguarda solo singole comunità ma chiama in causa processi sociali, politici ed economici di ampia durata. In Italia, al Giorno della Memoria si accompagna quello del Ricordo. Non commemorano vicende storiche omologhe ma in qualche modo indirettamente intrecciate, in quel costante intrico di relazioni, azioni e reazioni che è la storia. Anche a tale riguardo c’è capitato di scrivere in un libro, Frontiere contese a Nordest. L’Alto Adriatico, le foibe e l’esodo giuliano-dalmata (Capricorno editore, Torino 2020) di prossima uscita. E del quale, è qui riportata in anteprima l’introduzione.

«La ricerca, la riflessione storiografica ma anche e soprattutto il dibattito sugli eventi accaduti tumultuosamente nel Nord-Est dell’Italia, ed in particolare in quello che è conosciuto come «confine orientale» a cavallo tra le due guerre mondiali, e negli anni immediatamente successivi, si è arricchita di studi importanti. In realtà ciò che è avvenuto è stato uno spostamento di attenzione da vicende che si reputavano di impatto locale ad una attenzione che adesso invece investe il nostro Paese nel suo insieme. Per gli storici triestini e giuliani, al pari dei loro omologhi sloveni e croati, le complesse storie di quell’area, sono da sempre parte integrante della loro riflessione sia sulla specificità del loro territorio che, più in generale, della formazione e dell’elaborazione delle identità nazionali. Un primo punto da cui partire, quindi, è il riconoscimento che quanto avvenne in quei luoghi ha avuto riflessi che non rimangono circoscritti a quei territori medesimi, entrando semmai in gioco nella definizione di ciò che è «italiano» e di quanto, invece, tale non può essere considerato. In altre parole, sulle mutevoli linee di confine che hanno diviso – e continuano a dividere – quegli spazi, si gioca non solo il destino di coloro che li abitano (o li hanno abitati) ma anche una nozione non meno mutevole di identità nazionale che si riflette su tutta la collettività. Un secondo passaggio riguarda l’idea stessa di territorio: laddove i confini sono costantemente in bilico, oggetto di contese irrisolte, anche la nozione di spazio è messa periodicamente in discussione. […] Con essa, ed è il terzo aspetto, anche il rimando al lungo periodo, ossia ad un arco di tempo che non sia puramente compresso sulla cronaca del momento, è indispensabile per cogliere non solo l’evoluzione, a tratti tumultuosa, degli eventi ma anche il loro perché, se esso sussiste. Un quarto fattore che si accompagna alle pagine a venire è quello del rapporto tra insediamenti umani, pace e guerre. Gli esiti dei conflitti bellici sono spesso, se non sempre, esodi forzati e di massa. Ovvero, trasferimenti coatti di popolazione dai loro luoghi di origine ad altri spazi, più o meno omogenei, tali poiché in grado (oppure incapaci) di accogliere ed assorbire coloro che sono divenuti profughi. In genere, a tali fenomeni si è quasi sempre accompagnata una dispersione delle comunità umane, costrette perlopiù ad una precipitosa fuga. Assai raramente, infatti, hanno potuto garantirsi una collocazione sufficientemente unitaria, dovendo semmai dividersi, molto spesso in nazioni e continenti differenti, riformulando il loro modo di esse e di vivere. Una quinta considerazione rimanda al fatto che l’insieme delle cose che abbiamo appena sottolineato – e che costituiscono l’intelaiatura di ciò che diremo ancora – deve incontrarsi con la disposizione d’animo al racconto del passato. Insieme ad essa, al modo in cui si rende conto di ciò che è avvenuto. Poiché non si tratta di un esercizio neutro. La cognizione dei trascorsi, infatti, dipende dai punti di vista che si assumono e dalle scale di valutazione, ovvero di giudizio, che si fanno proprie. Le quali, per loro stessa natura, dipendono dagli interessi materiali e dalle sensibilità culturali di chi è chiamato ad esprimersi. Se la memoria rimanda al passato per comprendere il senso del presente da un punto di vista spesso soggettivo, la ricostruzione storica deve sforzarsi di contemperare i diversi modi in cui uno o più eventi sono stati vissuti dai diversi protagonisti. Che spesso intrattengono tra di loro posizioni in conflitto. Non si tratta di esercitarsi in improbabili equilibrismi ma di dare corpo ad un complesso equilibrio tra le parti. Senza il quale, non esiste la “storia” ma solo una forma malamente celata di apologia o di propaganda di una parte a scapito delle altre. Rientra in un tale ordine di considerazioni il significato che va attribuito all’istituzione e alle celebrazioni che si accompagnano al Giorno del Ricordo, punto nodale, nel calendario civile repubblicano, della riflessione su come quelle storie vadano affrontate e associate all’identità nazionale. Esso commemora sia una sconfitta che una perdita: la sconfitta nella Seconda guerra mondiale dell’Italia, che aveva attivamente concorso, sotto il regime fascista, a scatenarla; la perdita non solo di una porzione di territorio nazionale, acquisita per buona parte quasi trent’anni prima con la vittoria nella Grande Guerra, ma della presenza della comunità italofona, il cui presidio era ben antecedente alla nazionalizzazione di quelle terre. Quella comunità fu costretta, dall’incalzare dei fatti, ad abbandonare repentinamente, e contro la propria volontà, i propri luoghi di origine. La ricezione collettiva, e la rielaborazione critica di quel passato, che ha coinvolto centinaia di migliaia di italiani, è risultata molto problematica. Ad interferire ad una piena presa di coscienza intervenivano – ed ancora permangono – molteplici fattori. Il primo di essi è proprio il fatto che alla base di quanto è avvenuto c’è la sconfitta in una guerra. Si tratta di una memoria difficile, se non imbarazzante, che meglio si presta alla rimozione piuttosto che alla condivisione. Il secondo aspetto è che la guerra fu scatenata dal nazifascismo; la sconfitta che ne derivò non fu solo di ordine militare ma anche politico, ideologico e infine morale. Non a caso, a pagarne una parte considerevole del conto, furono i civili delle aree di confine, quelli maggiormente indifesi, spesso ingiustamente identificati in tutto e per tutto con il regime di Mussolini. Parlare di quella storia, ancora oggi, implicare fare i conti anche con la pesante eredità del fascismo oltre che con le ingiustizie e le persecuzioni che si sono accompagnate ai cosiddetti regimi a «socialismo reale». Un terzo fattore da considerare è il groviglio ideologico e la contrapposizione tra un Est “normalizzato” e omologato dal dominio dei partiti comunisti ed un Occidente che si contrapponeva ad esso. In un tale sistema bipolare, poco o nulla era lo spazio concesso alle storie di chi era stato espulso dalle sue terre d’origine. Non aveva voce, non contava, era come una sorta di “effetto collaterale”. Non a caso, infine, l’intera vicenda della vittimizzazione attraverso l’infoibamento e poi dell’esodo degli italiani va letta anche all’interno di una più ampia chiave europea quando, tra il 1943 e il 1956, una grande massa di popolazioni fu trasferita coattivamente, con violenza, dalle terre d’origine in spazi di vera e propria dispersione. Nella storia, le guerre producono molto spesso spostamenti forzati di popolazioni. Ognuno d’essi va considerato nella sua specificità. Ma proprio in virtù di questa ragione, nessun esodo può essere compreso se non si analizza il contesto storico in cui si verifica, ossia quali sono i protagonisti, le circostanze, le premesse e le conseguenze. Non è un caso, infatti, se lo stesso dispositivo della legge istitutiva del Giorno del Ricordo rimandi testualmente alla «complessa vicenda del confine orientale», volendo in tale modo indicare l’insieme degli eventi che portarono alla «tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra». Non si tratta di attenuare né, tanto meno, di giustificare alcunché ma di capire quali siano stati i passaggi che, poste alcune premesse, sommandosi tra di loro e alimentandosi vicendevolmente, produssero come esito la disintegrazione del tessuto sociale italiano in quelle terre».

Claudio Vercelli