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Il piano per un’Italia smart

I principali quotidiani italiani aprono con la presentazione del piano per far ripartire l’Italia redatto dalla task force guidata da Vittorio Colao. Il piano, che contiene 102 proposte specifiche, raccomanda “tre assi per la trasformazione del Paese”: digitalizzazione e innovazione nel pubblico e nel privato; rivoluzione verde; parità di genere e inclusione, spiega il Corriere. Sei le macroaree d’azione: imprese e lavoro; infrastrutture; turismo, arte e cultura; istruzione e infine famiglie. “Riqualificazione permanente in modo che i lavoratori possano trovare nuovi impieghi, una spinta alla partecipazione femminile. E poi forti investimenti in tecnologie, difesa dell’ambiente e comunicazioni”, la sintesi di Repubblica. Intervistato da La Stampa, Colao spiega di temere una paralisi della politica nazionale di fronte alla crisi. “Come l’Italia, anche la politica è bloccata. E noi dobbiamo darle una mano, per far uscire il Sistema-Paese dalla paralisi e per mettere d’accordo tutte le anime del Parlamento e della società. – afferma il manager – Perché vede, alla fine questo è il nostro grande problema, e questo è quello che oggi temo di più: le polemiche continue, le discussioni eterne. Invece noi abbiamo bisogno di agire subito, di mettere a terra in fretta gli interventi nei settori chiave: la semplificazione delle procedure e la digitalizzazione della Pa, le grandi opere e le reti, gli investimenti pubblici e quelli privati”.

Trump tra sondaggi e proteste. Se si votasse adesso per il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump sarebbe molto difficile riottenere l’incarico. Almeno secondo i sondaggi della Cnn, riportati dal Messaggero, secondo cui l’inquilino della Casa Bianca sarebbe dietro di 14 punti rispetto allo sfidante Joe Biden. Mentre il candidato democratico si è recato dalla famiglia di George Floyd, il dibattito è concentrato su quali strade percorrere per riformare la polizia Usa. Alcune città, racconta Repubblica, ipotizzano tagli ai dipartimenti della polizia – Biden non è a favore mentre Trump invoca sui social “legge e ordine” (Corriere) – ma una parte dei manifestanti chiede l’abolizione. “Un’assurdità”, afferma al Corriere il Premio Pulitzer Tom Friedman che non risparmia critiche al presidente Usa: “alla Casa Bianca abbiamo Donald Trump, la cui unica strategia per essere rieletto è lacerare il Paese, dividere il popolo americano e cercare di vincere forzando il collegio elettorale con una minoranza. Il tutto amplificato e incendiato dai social network, dove la verità è merce scarsa, si urla e non c’è mai tempo o voglia per discutere in modo pacato e approfondito”.

Razzismi. Non solo negli Stati Uniti il dibattito sul razzismo si è riacceso. Se oltreoceano la cultura politica si divide anche al suo interno, come racconta Gianni Riotta su La Stampa, in Europa i bersagli sono confusi. Anche Winston Churchill – di cui alcune affermazioni razziste sono note – in Gran Bretagna diventa per alcuni un nemico, con la sua statuta imbrattata ma soprattutto vengono attaccate note figure del passato (e le loro statue), simboli del colonialismo britannico (Stampa e Repubblica). Per quanto riguarda il dibattito italiano, Dacia Maraini sul Corriere ricorda l’infamia delle leggi razziste contro gli ebrei e sottolinea come le teorie della razza siano “corbellerie”. La Verità sceglie la strada del vittimismo – caro ai suprematisti bianchi d’America -, con Silvana De Mari che teorizza che le vittime di razzismo sia “un intero gruppo etnico, quello caucasico”.

Annessioni. Il primo ministro Benjamin Netanyahu, a differenza di quanto scrive Avvenire oggi, non sembra intenzionato a fare grandi passi indietro – almeno al momento – sul suo piano di annessione di alcuni territori della Cisgiordania. Lo confermano le parole di Oded Revivi, sindaco di Efrat, all’Associated Press: “Netanyahu proseguirà con i piani d’annessione”. Il dibattito a riguardo è acceso sia in Israele che fuori. Dall’Italia, sempre su Avvenire, il capogruppo alla Camera Cinque Stelle Pino Cabras rivendica la mozione firmata da lui e altri parlamentari contro l’annessione e attacca duramente la politica del governo israeliano. “Lo Stato palestinese immaginato da chi vuole l’annessione – l’accusa di Cabras – non è quello del Diritto internazionale. E un limone spremuto, una terra residuale ritagliata apposta per non funzionare”. Tesi simili a quelle di Saeb Erekat, capo del comitato esecutivo dell’Olp. Intervistato dal Riformista, Erekat attacca il piano Trump, accusa Israele di aver creato “un regime di apartheid” e difende la scelta di Ramallah di stringere rapporti con Pechino, sorvolando sulle libertà oppresse ad Hong Hong o sulla persecuzione della minoranza musulmana uiguri.

Salvina Astrali (1928-2020). Nella strage nazifascista di Marzabotto del 1944, in località Caprara di sotto, Salvina Astrali perse tre sorelle, la madre e da parte del marito, sette cognati e il suocero. Scampata all’eccidio, divenne una testimone di quell’orrore: “Avevano messo una mitragliatrice sulla finestra per massacrare chi fosse rimasto in vita, e sparavano a raffica. Spararono finché i bambini non piansero più. – il terribile racconto di Astrali, scomparsa all’età di 92 anni e ricordata dal Corriere di Bologna – Le mie sorelle restarono mute, sotto quella montagna di cadaveri. Loro hanno sentito che fuori c’era gente che parlava anche in italiano. Quelli che sparavano non erano tutti tedeschi, c’erano anche i repubblichini. Ero rimasta solo io a dover accudire le mie sorelle e mio padre, tutti feriti. Avevo 14 anni. Nessuno di noi tornò più a Caprara”.

Demenza digitale. Un montaggio fotografico che trasforma la terribile frase scritta dai nazisti all’ingresso del campo di sterminio di Auschwitz, “Il lavoro rende liberi”, in “La scuola educa alla libertà”. L’autore è Claudio Ticci, consigliere comunale della Lega di Borgo San Lorenzo (Firenze) che, dopo aver pubblicato su Facebook il post, è stato travolto da critiche e decine di richieste di dimissioni (Corriere Fiorentino). “Si è perso del tutto il valore storico della tragedia dei lager nazisti”, il commento a Repubblica Firenze della storica Valentina Pisanty.

Daniel Reichel