L’intervista a Massimiliano Fuksas
“Case e città come rifugi sicuri”

Rinchiusi nelle nostre case per diversi mesi abbiamo riscoperto – e siamo stati costretti a farlo – il significato di abitare uno spazio. “Ci ha fatto riscoprire nel profondo cosa vuol dire vivere la casa” spiega Massimiliano Fuksas, tra i più influenti nomi dell’architettura mondiale. “Abbiamo capito che così come l’abbiamo costruita, in molti casi non va bene, non è funzionale. Ed è un discorso che vale in particolare per la porzione della popolazione che in Italia ha superato i 60 anni. Una parte considerevole che andrà ad aumentare significativamente nei prossimi anni: se guardiamo i dati demografici, ci rendiamo conto che nei trent’anni a venire l’Italia perderà quattro milioni di persone e che quasi la metà della popolazione avrà oltre sessant’anni”. Con questi elementi in mano e una pandemia planetaria a scuotere le nostre sicurezze, per Fuksas il primo luogo da ripensare è la casa. “Deve diventare anche una difesa, un health shelter, un rifugio sanitario. Quando ho progettato a Gerusalemme ho previsto un rifugio antimissile e come sapete lì in ogni edificio c’è uno spazio di questo tipo. Partendo da questa idea sono arrivato all’idea di un luogo scudo per la salute”. Un luogo dove, spiega l’architetto, utilizzare la tecnologia per poter controllare “dalla cosa più semplice, la nostra temperatura corporea, all’ossigeno nel sangue, la pressione fino a dati più eleborati”, in modo da costituire un database a disposizione del sistema sanitario – con ogni tutela sulla privacy – che ci permetta di monitorare al meglio il nostro stato di salute. “In questo modo evitiamo di intasare i nostri ospedali. Eventuali malati vengono tenuti sotto controllo a distanza e gestiti in remoto da una struttura territoriale. Solo in casi estremi, se parliamo della pandemia, il paziente deve andare in un covid-hospital. Altrimenti la casa è intesa come un ‘no-hospital’”. A questa rimodulazione dell’abitazione, Fuksas suggerisce inoltre di aggiungere uno spazio intermedio: “Un piano, in una casa di tanti appartamenti, destinato a smart-working, smart-learning, ma anche alla socialità, in particolare al vivere insieme tra generazioni diverse. Un luogo ad esempio dove giovani e anziani si incontrano e dove i secondi aiutano i primi nelle questioni tecnologiche”. Un luogo di solidarietà intergenerazionale.
Alcune di queste idee Fuksas le ha messe nero su bianco assieme alla moglie Doriana per poi inviarle, sotto forma di lettera, al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. “Abbiamo pensato che sia la figura che rappresenta meglio l’unità nazionale e che può accogliere le proposte, superando le divisioni politiche”. Proposte concrete, che toccano anche questioni più specifiche. “Molti dei problemi legati alla diffusione delle epidemie sono causati anche dal dissennato utilizzo del trattamento dell’aria”, ricorda Fuksas. “L’utilizzo e la diffusione capillare del condizionamento all’interno degli spazi limitati, sia pubblici che privati, negli anni ha causato gravi danni alla salute, diffondendo qualunque virus presente nell’aria, come le polmoniti virali, la legionella e molte malattie contagiose. Uno degli obiettivi principali dei nuovi edifici e spazi architettonici deve essere la purificazione e il trattamento dell’aria, con sistemi sostenibili semplici ed efficaci, come lampade UV, in grado di sanificare in breve tempo qualunque tipo di ambiente. Strumenti più efficaci e miniaturizzati ci permetterebbero di evitare enormi centrali per il trattamento dell’aria e un minore inquinamento”.
Dal punto di vista più ampio, delle politiche abitative, Fuksas invoca “un piano Marshall per le case”. “L’ultimo ad avere fatto una cosa simile è stato Fanfani. Sono passati decenni ed è il momento di intervenire con la manutenzione degli edifici come punto di ripartenza, con la riconversione di strutture fatiscenti”. E senza aver paura di demolire e ricostruire. Inoltre l’architetto spiega l’importanza di investire nelle periferie: “Dovremmo persino smettere di chiamarle così. Oramai la maggior parte delle persone vive nelle periferie e qui dobbiamo concentrarci per fornire servizi, buone scuole, strutture di formazione. Creiamo una città unica, più equa”. “Facciamolo, come abbiamo scritto al Presidente Mattarella, ripensando gli insediamenti umani e rendendoli più funzionali, contemporanei, innovativi e umani”.

“La democrazia è innovazione”

Un faro e un porto progettato per poter accogliere tutti i viaggiatori, per essere un rifugio per i naufraghi. Con questa idea in mente, racconta sul suo sito Massimiliano Fuksas, l’architetto romano ha iniziato a progettare il Peres Center for Peace di Tel Aviv, inaugurato nel 2008 e commissionatogli direttamente dall’ex presidente d’Israele e premio Nobel per la Pace Shimon Peres. “La pace non può essere racchiusa in un involucro. È piuttosto una sensazione di pienezza e serenità che può essere comunicata attraverso un luogo, o attraverso l’architettura. Ho pensato ad una stratificazione – spiegava Fuksas – ad una costruzione che rappresentasse il Tempo e la pazienza. Stratificazione di ‘materia’ alternata dei luoghi che più hanno sofferto. Il cemento composto con differenti sabbie ed inerti, alternati e sovrapposti.
Un basamento in pietra che tenga l’edificio sollevato rispetto al luogo d’incontro, dal quale si entra attraverso due lunghe scale in un luogo di riposo, in cui le dimensioni e l’altezza, con la luce che filtra dall’alto, ci porti a dimenticare gli affanni del mondo, e ci dia un’attitudine positiva, necessaria all’incontro con altri uomini e altre donne”.
Con quel luogo ma soprattutto con il suo committente, Fuksas racconta a Pagine Ebraiche di conservare un legame particolare. “Un giorno Shimon mi chiama e mi dice ‘Devi venire subito qui, a Tel Aviv’. Il centro per la pace era aperto da tempo e lui aveva appena finito il mandato da Presidente. Aveva 92 anni e ovviamente io andai a trovarlo. Passammo tutta la giornata insieme passeggiando sul lungomare e ammirandolo dall’alto, dalle vetrate del centro.
A un certo punto mi disse: ‘Non c’è democrazia senza innovazione e non c’è innovazione senza democrazia’. Per questo voglio fare in modo che il Peres Center for Peace diventi anche ‘and innovation’. Sia cioè uno spazio proiettato al futuro con il coinvolgimento di start-up e così via”. Sostenitore dell’idea di superare il concetto di Start-up nation – come viene definita Israele – a favore di una Start-up region, Peres fino all’ultimo ha immaginato un futuro di collaborazione e cooperazione, pensando che appunto l’innovazione potesse essere la strada da seguire.
“La scienza non ha confini, non si può conquistare con la guerra e non tollera differenze, ma i suoi effetti sono uguali per tutti” spiegava Peres in un’intervista al Corriere della Sera del 2015. Questa sua idea, questa sua proiezione verso il futuro – racconta oggi Fuksas – fu per lui molto significativa. “Quella conversazione fu una specie di scossa elettrica. Mi portò a riflettere su come democrazia e innovazione vadano di pari passo. A ripensare il mio stesso lavoro. Innovazione, questa parola mi è rimasta registrata in testa”.

“Lo Spallanzani e mio padre”

L’Ospedale Lazzaro Spallanzani fu inaugurato nel 1936 come presidio destinato alla prevenzione, diagnosi e cura delle malattie infettive, con una dotazione di 296 posti letto in 15 differenti padiglioni e in un’area di 134.000 metri quadrati. Nel corso degli anni il suo campo di interesse si è via via trasformato in conseguenza dell’evolversi delle malattie infettive prevalenti. Una sezione dedicata alla cura e riabilitazione della poliomelite fu attivata nel corso degli anni ’30. In quegli anni, tra coloro che creano un legame con l’ospedale c’è Raimondas Fuksas, padre dell’architetto romano Massimiliano. “Sulle orme di mio nonno, medico uccisa da una bomba durante la Prima guerra mondiale, mio padre studiò medicina, scegliendo di trasferirsi a Roma per farlo. Qui conobbe mia madre e nacque un rapporto felice. Felicità presto interrotta dalle leggi razziste, dalla guerra e da tutte le aberrazioni legate al conflitto e al fascismo” il racconto dell’architetto, erede di una famiglia ebraica lituana che ha nella sua storia itinerante, diverse tappe dalla Mitteleuropa fino alla Russia. “Il mio bisnonno era un mercante di sale a Kaunas. Poi si trasferì a Vilnius. Fece abbastanza soldi per mandare i figli all’università. Ma era il periodo del dominio zarista e gli ebrei non potevano accedervi. Perciò spedì mio nonno ad Heidelberg. Dove conobbe Elisa e la sposò. Nacquero due figli: mio padre Raimondas e Anatole Pierre”. Come detto Raimondas, diventato grande, sceglierà Roma per studiare e, quando le persecuzioni antiebraiche cominciano ad inasprirsi, trova riparo assieme alla moglie fuori dalla città e grazie anche all’aiuto di alcuni colleghi dello Spallanzani. “Io sono nato nel 1944 e per la mia famiglia furono anni difficili. Anche dopo non fu semplice ma di nuovo lo Spallanzani venne in aiuto di mio padre, che però morì poco dopo la fine del conflitto, nel 1950”. Però per Fuksas la memoria di quel legame familiare con l’ospedale romano è rimasto vivo. E per questo ha subito accolto positivamente l’invito di Alessio D’Amato, l’assessore alla Sanità della regione Lazio, a progettare la nuova camera una “camera calda” che consenta l’accesso a pazienti e mezzi di soccorso in totale sicurezza per il nuovo edificio di Alto bio-contenimento dell’Istituto per le malattie infettive di Roma. “Oggi c’è uno spiazzo all’aperto, chi scende dall’ambulanza lo fa sotto il sole come sotto la pioggia – spiegava l’assessore – C’è da pensare un’area più sicura per malati e operatori. E che abbia il giusto ricambio d’aria. È bastato proporglielo e Fuksas si è detto immediatamente disponibile”. Il progetto è in divenire ma l’architetto aveva già dato alcuni elementi. “Immagino comunque una struttura leggera che si contrapponga alla pesantezza del Covid e delle epidemie in generale. E che sappia coniugare la medicina con l’architettura e anche con l’intelligenza artificiale. Ho già chiaro nella mia mente chi mi potrà affiancare per curare quest’ultimo aspetto. Già gliene ho parlato e si è detto disponibile alla collaborazione”.

Daniel Reichel, Pagine Ebraiche Giugno 2020