Yad Vashem, lascia il presidente Shalev
Dopo 27 anni Avner Shalev lascia la presidenza dello Yad Vashem, l’ente nazionale per la Memoria della Shoah di Gerusalemme. Lo ha annunciato lo stesso Shalev in una lettera ai dipendenti del Memoriale – punto di riferimento per lo studio della Shoah a livello mondiale – senza esplicitare i motivi ma parlando di una decisione maturata dopo “un approfondito autoesame”. Le sue dimissioni diventeranno ufficiali entro la fine dell’anno e non c’è al momento un nome per il suo successore.
Durante il mandato di Shalev, lo Ya Vashem ha avuto diverse importanti trasformazioni tra cui la solenne Sala dei Nomi, che raccoglie 4,8 milioni di nomi di vittime della Shoah e rappresenta un oggi un luogo simbolo del Memoriale. Sotto la sua presidenza inoltre è nata la Scuola Internazionale per gli Studi sulla Shoah a Yad Vashem, che forma ogni anno centinaia di insegnanti provenienti da tutto il mondo, così come studenti, giovani e soldati. Durante il suo mandato sono stati aperti anche l’Istituto internazionale per la ricerca sulla Shoah e il nuovo Museo di Storia della Shoah.
Sotto la presidenze di Shalev non sono mancate alcune controversie con il governo e a livello internazionale. Diversi quotidiani israeliani e internazionali ricordano in particolare le critiche dello Yad Vashem al Premier Benjamin Netanyahu per alcune sue affermazioni sul ruolo del muftì di Gerusalemme Al-Husseini nella Shoah. Parlando al Congresso Mondiale Sionista nel 2015, Netanyahu aveva affermato che Hitler fu convinto alla cosiddetta “soluzione finale” dal muftì Al-Husseini.
Nel 2018 la direzione dello Yad Vashem aveva poi definito “molto problematico” un documento congiunto firmato da Netanyahu e dal suo collega polacco Mateusz Morawiecki, in particolare per la presenza di una equiparazione tra antisemitismo e sentimento antipolacco.
Israel Hayom ricorda anche la presa di posizione dell’istituto, sempre nel 2018, contro il piano del governo di Gerusalemme di deportare decine di migliaia di migranti africani, affermando che per lo Yad Vashem si trattava di una “sfida nazionale e internazionale che richiede empatia, compassione e misericordia”.
Il Jerusalem Post ricorda invece la polemica più recente: al Forum mondiale sulla Shoah, svoltosi lo scorso gennaio con la partecipazione di numerosi leader mondiali, tra cui il presidente russo Vladimir Putin, erano stati proiettati video imprecisi e fuorvianti in cui veniva censurato il ruolo dell’Unione Sovietica nell’occupazione della Polonia e il suo patto di non aggressione con la Germania nazista formulato nel 1939. “All’epoca – ricorda il Jerusalem Post – si affermava che Mosca avesse esercitato pressioni per influenzare la narrazione dei materiali utilizzati durante l’evento, anche se lo Yad Vashem e la Fondazione del Forum mondiale dell’Olocausto avevano negato”. Poi dallo Yad Vashem è arrivata una comunicazione di scuse ufficiali per l’episodio.
Rispetto all’attualità, secondo Haaretz negli ultimi mesi l’emergenza sanitaria ha lasciato profondi segni sul bilancio dello Yad Vashem. “Più di 100 dipendenti sono stati messi in congedo non retribuito, gli stipendi dei dirigenti sono stati ridotti, le spese correnti sono state diminuite e varie attività sono state rinviate”, scrive il quotidiano, riportando poi un comunicato dell’ente. “Negli ultimi mesi c’è stato un forte calo e persino una cancellazione delle attività dello Yad Vashem a causa della situazione. Questo calo dovrebbe in parte continuare nei prossimi mesi a causa della crisi globale del coronavirus. Inoltre, a causa del coronavirus, i finanziamenti governativi sono stati tagliati e i contributi e le previsioni per la raccolta di fondi nel prossimo futuro sono diminuiti”. Chi prenderà le redini da Shalev dunque si troverà a gestire non solo un ente fondamentale per la trasmissione e il lavoro sulla didattica della Memoria ma anche a confrontarsi con una situazione di bilancio complessa.