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Carlo Levi tra libertà e paura

Quando guardiamo l’oceano siamo abituati a far perdere la nostra vista nell’orizzonte, a cercare di guardare oltre, di guardare l’infinito. Nel suo Paura della libertà, spiega lo storico sociale delle idee David Bidussa, Carlo Levi ci invita a cambiare prospettiva. Siamo nell’inverno del 1940 e Levi si trova nell’estremo della Bretagna, davanti ha l’Atlantico. Ma invece che guardare l’oceano, il noto intellettuale ci invita a guardare verso est, volgendo le spalle all’Atlantico. “Perché è importante questa giravolta? Perché nel momento in cui Levi scrive queste note nel suo quaderno (che diventeranno Paura della libertà), l’Europa è sulle soglie di essere completamente invasa dal nazismo e quindi ha la sensazione di essere sull’ultima propaggine della terra della libertà”. Fermo con le spalle al mare, con qualcosa di pauroso che sta marciando verso di lui, senza sapere se dopo ci sarà un futuro, evidenzia Bidussa, analizzando le riflessioni che furono il motore con cui Levi scrisse Paura della libertà. Un libro al centro di questa puntata della rubrica “pagine e svolte” in cui Bidussa accompagna gli ascoltatori nella sua biblioteca virtuale. Anche questa lettura – come altri esempi delle puntate precedenti – gli fu consigliata da un suo professore, Remo Modei, “il cui corso era sulla sfida di pensare nei tempi bui”. Una sfida sempre attuale.