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Così fan tutti

C’è un aspetto dell’autodifesa di Luca Palamara che rischia di avere una qualche eco nella pubblica opinione: è il classico “così fa tutti” con cui l’ex Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati ha motivato, se non giustificato, i suoi comportamenti basati, in particolare, sul traffico delle nomine dei magistrati ai vari ruoli.
In Italia ci siamo da decenni così mitridatizzati a questo “così fan tutti” nel campo della politica e degli affari (e in quello dello scambio tra politica e affari) da perdere il senso della differenza tra un comportamento scorretto messo in atto da un privato, quello di un uomo politico e quello di un magistrato. Sono tutti comportamenti che devono essere sanzionati, ma quello del privato ricade sotto quella che possiamo chiamare l’ordinaria amministrazione della giustizia; quella di un politico si pone in una sfera diversa perché, se da un lato il politico è un cittadino come gli altri, il suo ruolo è riconosciuto dalla Costituzione all’art. 49: se ricopre cariche pubbliche il suo comportamento è ancora più grave, come la legge stessa riconosce e, tuttavia, esiste pur sempre lo strumento giuridico per sanzionare i suoi atti. Ma nel caso della magistratura il “così fan tutti” non solo non è accettabile, ma sconvolge il nostro ordinamento costituzionale.

La magistratura gode nell’ordinamento costituzionale italiano di una condizione che non ha pari i n nessun altro ordinamento dei Paesi democratici. Affermare, come fa l’art.104 della Costituzione, che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere” significa porre le basi per un autogoverno così assoluto da far venir meno ogni possibilità, non dico di controllo, ma, al limite, nemmeno di rapporto con gli altri poteri dello Stato. E’ vero che nello stesso articolo viene istituito il Consiglio Superiore della Magistratura, presieduto dal Presidente della Repubblica, come organo di autogoverno della medesima, ma si precisa che il CSM è nominato per due terzi dai vari gradi della magistratura e solo per un terzo dal Parlamento.
Per questo il “così fan tutti” applicato ai magistrati è assai più grave di quello messo in atto dai comuni cittadini e dagli stessi politici, anche se investiti di cariche pubbliche, perché fa venir meno o per lo meno indebolisce fortemente la possibilità stessa del controllo e della sanzione. E infatti il caso Palamara esplode non in seguito ad un ordinario processo di indagine ma come conseguenza di una faida tra magistrati, anzi tra correnti di magistrati. E così ci avviciniamo al vero nocciolo del problema.

I magistrati dovrebbero essere soggetti soltanto alla legge. Ma se osserviamo la realtà ci accorgiamo che le cose stanno in modo sostanzialmente diverso. L’art. 105 della Costituzione assegna al CSM, tra l’altro, i poteri relativi alle assunzioni, ai trasferimenti, alle promozioni, ai provvedimenti disciplinari dei magistrati. Queste delicatissime funzioni dovrebbero essere svolte in assoluta libertà e con assoluta trasparenza dai membri del CSM, senza alcuna mediazione o intermediazione. E’ così? No, non è assolutamente così: è ben noto ed è universalmente accettato che nell’esercizio di queste funzioni interviene un altro soggetto, sconosciuto alla Costituzione ma non per questo meno potente.
L’Associazione Nazionale Magistrati, nata in età liberale, sciolta dal fascismo, rinata dopo la guerra, non dovrebbe essere niente di più di una qualsiasi altra associazione professionale; tuttavia così non è proprio per il particolare rilievo costituzionale attribuito alla magistratura. Si finisce per creare uno stato di confusione per il quale l’ANM, associazione meramente privata, appare agli occhi dei cittadini dotata di un potere di tipo costituzionale perché sembra avere una decisiva influenza proprio in quelle funzioni definite dall’art. 105, e la pubblica opinione non si sbaglia perché tanti e troppi sono stati i casi nei quali questa influenza è venuta allo scoperto.

Vediamo adesso un altro articolo della Costituzione, il 98, secondo il quale a quattro categorie di cittadini è vietata l’iscrizione ai partiti politici: magistrati, militari, poliziotti, diplomatici. Le ragioni sono facilmente comprensibili. Viene rispettato questo divieto? Da tre categorie sicuramente sì: militari, poliziotti, diplomatici hanno costituito propri organi di rappresentanza di tipo sindacale senza che questo significhi un intervento nella vita politica. Ben diverso è il caso della ANM: non solo essa si è ripetutamente arrogata ufficialmente il diritto di intervenire nel processo di formazione delle leggi che dovrebbe essere prerogativa del Parlamento, violando così il principio della divisione dei poteri; ma è ripetutamente intervenuta nel dibattito intorno ai più vari aspetti della vita del Paese.
Se poi osserviamo la vita interna dell’ANM rileviamo che essa è divisa in correnti di varia ispirazione, che quindi a loro volta determinano l’indirizzo dell’ANM stessa. Quindi alla fine si assiste a un progressivo trasferimento dei poteri dagli organi previsti dalla Costituzione a soggetti come le correnti interne alla ANM del tutto prive di qualsiasi rilievo costituzionale ma potentissime dal punto di vista politico.

Non solo tutto quello che abbiamo evidenziato – e che è stato già tante volte rilevato da alcuni tra gli stessi magistrati meno coinvolti nelle logiche spartitorie – stravolge l’ordinamento costituzionale, ma obbliga a porci una domanda che troppi politici e giornalisti esitano a porsi: si può continuare a considerare l’ANM una semplice associazione professionale oppure essa ha assunto di fatto il profilo di un partito, violando così l’art. 98? Molti elementi portano in questa direzione: la stessa organizzazione in correnti sembrerebbe provarlo; e poi la pretesa, già ricordata, di intervenire nel dibattito politico non solo nel campo proprio della giustizia ma anche in altri campi che riguardano l’indirizzo generale della politica italiana.
Sicuramente ogni cittadino avverte l’enorme differenza che c’è tra la discrezione con la quale si muove, per esempio, il Cocer dei militari, per non dire dell’organo di rappresentanza dei diplomatici, rispetto alla irruente presenza dell’ANM nella vita pubblica italiana. Qualcuno si sente di affermare che, per l’equilibrio dei poteri e per la stessa salvaguardia del sistema democratico l’eccesso di potere dei magistrati è meno pericoloso di quello dei militari?

Valentino Baldacci

(2 luglio 2020)