Da Israele ai rapporti con l’ebraismo:
impegni e fragilità della diplomazia vaticana

“Stiamo attraversando un momento di grandi conflitti, anche in Medio Oriente. Tutto questo sta creando un’atmosfera in cui diverse forme di discriminazione potrebbero imporsi. Dobbiamo lavorare per cambiare i cuori, ad ogni livello”. È l’opinione del “ministro degli Esteri” della Santa Sede, il segretario per i Rapporti con gli Stati Paul Gallagher. L’arcivescovo inglese è stato ospite di un dietro le quinte sulla diplomazia vaticana organizzato dall’American Jewish Committee con la partecipazione del rabbino David Rosen, direttore internazionale degli affari interreligiosi dell’Ajc, e la moderazione della giornalista Lisa Billig, rappresentante Ajc in Italia e di collegamento presso la Santa Sede. Un’occasione per fare il punto su molti temi, tra cui impegno per il Dialogo, lotta all’antisemitismo e il negoziato in corso tra Vaticano e Israele. 
L’arcivescovo ha ricordato il punto di svolta rappresentato dal Concilio Vaticano II e in particolare dalla dichiarazione Nostra Aetate. Una nuova stagione di confronto segnata anche dall’azione contro forme di pregiudizio radicate da tempo nelle società cristiani. Significativi i risultati raggiunti, ha sottolineato. Anche se la strada da percorrere resta ancora lunga. “Dobbiamo lavorare sulla formazione. Anche dei giovani che aspirano a una carriera ecclesiastica, che non sempre hanno occasioni di contatto diretto con l’ebraismo. Io stesso sono cresciuto in una città con una importante presenza ebraica. Ma la mia vera conoscenza di questa realtà – ha affermato – è stata più recente”. Da qui la necessità di “sradicare e combattere l’ignoranza”. 
Incalzato dai suoi interlocutori, Gallagher è però apparso fragile in alcune sue risposte. In particolare su una cooperazione con lo Stato ebraico che non avrebbe raggiunto ancora un livello soddisfacente. E inoltre sulla mancata adozione, ad oggi, della definizione operativa di antisemitismo formulata dall’International Holocaust Remembrance Alliance. Secondo l’esponente vaticano definizioni come quelle dell’Ihra avrebbero il limite di essere “troppo vincolate a un determinato scenario, mentre la situazione, anche dell’antisemitismo, è fluida”.
Disappunto è stato espresso da Rosen per il mancato coinvolgimento di figure del mondo ebraico nella stesura e nella promozione del documento sulla fratellanza umana “per la pace mondiale e la convivenza comune” firmato lo scorso anno ad Abu Dhabi. Per il rabbino si tratta di “un’occasione sprecata” e di un assist a un personaggio a dir poco controverso come l’imam al-Tayyeb, non certo distintosi in questi anni per l’amicizia verso gli ebrei e Israele. 

(7 luglio 2020)