Israele tra equilibri geopolitici e contromisure contro il virus
Per il momento non rallenta la presa il coronavirus in Israele: la curva dei contagi continua a salire di giorno in giorno. Nelle scorse 24 ore sono stati superati i 1000 casi quotidiani e il governo sta cercando di correre ai ripari prendendo nuove severe misure. E vista la gravità della situazione la Knesset ha votato per depotenziare i suoi stessi poteri, abbreviando il processo legislativo e dando la possibilità all’esecutivo di aggirare la necessità di un’approvazione parlamentare preventiva sulle decisioni relative al Covid. Secondo la nuova norma – valida fino al 6 agosto – , il governo può dichiarare lo stato di emergenza senza l’approvazione della Knesset quando ritiene “che ci sia un rischio reale che il virus si diffonda e ponga gravi danni alla salute pubblica se non si interviene”. La legge può essere cancellata da una maggioranza parlamentare e si prevede l’obbligo per il governo di annullare lo stato di emergenza se le circostanze che lo giustificano cessano di sussistere. L’auspicio è che la situazione torni nel breve periodo sotto controllo ma la politica al momento è sotto accusa.
In particolare a fare rumore sono le accuse della responsabile dei servizi sanitari pubblici del ministero della Salute Siegal Sadetzki. La funzionaria del ministero, presentando le sue dimissioni, ha dichiarato che “i risultati ottenuti durante la prima ondata del virus sono svaniti in seguito all’ampia e rapida riapertura dell’economia. La transizione è stata più ampia e più frettolosa che in altre nazioni occidentali”. Secondo la Sadetzki, inoltre, il nuovo aumento dei contagi è stato gestito in modo errato: “solo lo scorso fine settimana si è cominciato a sentire mormorare di aver avviato misure restrittive che, a mio parere, sono troppo poche e fatte troppo tardi. Spero che alla fine mi troveranno in errore, – afferma la funzionaria – e spero che i miei avvertimenti in vari forum siano stati ridondanti, che i colloqui notturni che ho tenuto non siano stati necessari e che le mie proiezioni sulla morbilità nazionale del virus si rivelino false. Spero di sbagliarmi”.
Intanto sul fronte internazionale – dalla Gran Bretagna all’Italia, con l’audizione odierna alla Camera dell’ambasciatore israeliano Dror Eydar – continua la discussione in merito al piano di annessione di alcuni territori della Cisgiordania promosso dal Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Un piano per il momento sospeso e criticato, tra gli altri, da Egitto, Francia, Germania e Giordania che in un comunicato congiunto hanno definito ogni annessione “una violazione del diritto internazionale” e dichiarato che non la riconosceranno. Anche il Premier britannico Boris Johnson in queste ore ha ribadito le sue riserve allo stesso Netanyahu. Dall’ufficio di Johnson fanno sapere che durante il colloquio tra i due leader, il Primo ministro britannico “ha espresso le sue preoccupazioni riguardo ai piani di annessione unilaterale di parti della Cisgiordania e ha ammonito che questo avrebbe ostacolato le prospettive di pace nella regione. Ha ribadito il suo personale sostegno a Israele e ha esortato il Primo Ministro Netanyahu a riprendere i negoziati con i palestinesi”. Da parte israeliana, l’ufficio del capo del governo di Gerusalemme ha fatto sapere che “il premier Netanyahu ha chiarito che Israele è pronto a condurre i negoziati sulla base del piano di pace del presidente Trump, che è creativo e realistico e non tornerà alle formule fallite del passato”.
Un concetto evidenziato alla Camera anche dall’ambasciatore d’Israele Eydar, intervenendo a un’audizione della Commissione Esteri dedicata alla “prospettiva di parziale annessione di territori palestinesi da parte israeliana”. Nel suo intervento – che richiamava quello precedente alla Commissione esteri al Senato – il diplomatico israeliano ha dichiarato che l’estensione della sovranità da parte del governo di Gerusalemme, in particolare sulla Valle del Giordano, potrà essere una garanzia per la sicurezza dello stato. Elencando i rifiuti palestinesi del passato, Eydar ha poi affermato che i palestinesi non hanno mai esplicitato “quali siano le loro richieste definitive, soddisfatte le quali saranno disposti a dichiarare concluso il conflitto e terminate le rivendicazioni”.
Diversi gli interventi dei deputati, tra cui in apertura quello di Andrea Orsini (Forza Italia), che ha spiegato di aver chiesto all’ambasciatrice dell’Autorità palestinese – intervenuta la settimana scorsa – perché il governo di Ramallah non decida per una cesura netta con l’Iran e con movimenti terroristici che mettono in pericolo la sicurezza d’Israele, chiedendo poi all’ambasciatore un’analisi sulla minacce portate da Teheran e Hezbollah. Ad intervenire, tra gli altri, anche Piero Fassino (Pd) e Laura Boldrini (Leu) che, con sfumature diverse, hanno mosso critiche alla decisione del governo di Netanyahu di agire in modo unilaterale.