Istantanee di un periodo difficile
I quattro mesi e mezzo che per liete vicende familiari (la nascita del mio primo nipote) ho trascorso con mia moglie in Israele dalla metà di febbraio all’inizio di luglio sono coincisi con il periodo più drammatico dell’epidemia di Covid-19 in Italia e in Europa: un’occasione non comune per osservare gli eventi italiani sottoposti al vaglio della popolazione e dei media israeliani, e contemporaneamente per cogliere alcuni elementi significativi della situazione e delle reazioni che il contagio ha provocato in Israele. Uno stimolo a confrontare e a riflettere. Al ritorno in Italia – forzatamente ritardato dal blocco delle comunicazioni aeree – immagini, reazioni captate sul momento, scambi di idee, sensazioni, sentimenti, pensieri di questa fase complessa si ripropongono assieme ed esigono una analisi più meditata.
Quando siamo arrivati in Israele tutto era ancora tranquillo, ma ai primi di marzo è partito l’allarme Italia. La situazione nella Penisola diveniva sempre più drammatica, con un incremento imprevisto e angosciante dei contagi, dei ricoveri in terapia intensiva, con il tragico moltiplicarsi dei decessi. In Israele l’epidemia faceva la sua comparsa in modo tiepido, con numeri bassi, ma la preoccupazione cominciava comunque a circolare. E, con la preoccupazione, anche un certo comprensibile sospetto verso chi era da poco arrivato dall’Italia ed era visto come possibile veicolo di contagio. Ricordo l’atteggiamento un po’ brusco di un tassista, che apprendendo la nostra provenienza mostrò senza mezzi termini il suo risentimento verso gli italiani che “hanno portato la malattia in Israele”. Seguendo sensati consigli ci siamo ritirati per qualche giorno in casa, per quanto la preoccupante crescita dei casi in Italia fosse di alcune settimane successiva al nostro arrivo. In Israele il contagio saliva poco a poco, ma le autorità politiche e sanitarie riuscivano a contenerlo imponendo misure apparentemente eccessive, in realtà utili a limitare la diffusione. Oggetto di particolare attenzione, sorveglianza, limitazioni erano gli ambienti ortodossi, più propensi per abitudine collettiva ad assembramenti, purtroppo pericolosi in questi tempi. Le misure del governo, giunte in cittadine come Bnei-Brak – fitto agglomerato di haredim vicino a Tel Aviv e confinante con Ramat Gan – allo sbarramento e all’isolamento urbano, hanno provocato allora tra i religiosi reazioni vivaci, certo eccessive ma in parte comprensibili (essere chiusi in gabbia non fa piacere a nessuno). Comprensibili ma eccessivi apparivano peraltro anche i commenti degli israeliani laici, subito pronti a individuare negli ortodossi i principali responsabili del contagio e del rischio collettivo. Proseguendo sulla linea saggia della prudenza, nella settimane successive le autorità israeliane imponevano il lockdown, particolarmente rigoroso – ahimè – per gli ultrasessantenni come noi, e il divieto tassativo di riunire gruppi estesi di familiari e amici per il Seder di Pesach: una scelta coraggiosa, se si pensa alla forza della tradizione che in questa occasione congiunge con slancio i nuclei familiari, religiosi e non. Eppure una avvedutezza di fondo ha guidato allora la grande maggioranza degli israeliani, che nonostante il richiamo delle fitte e allegre tavolate in ricordo della nostra liberazione disciplinatamente si sono adeguati all’esigenza di Sedarim semi-solitari.
Dopo la preoccupazione e il sospetto, verso l’Italia si sono risvegliati in Israele l’interesse e la pietà. In aprile e maggio i telegiornali mandavano in onda accorati, approfonditi servizi ricchi di interviste e di immagini pesanti (una per tutte: il tragico corteo di camion militari pieni di salme in partenza da Bergamo) nei quali la drammaticità della situazione italiana emergeva con autentica partecipazione, mettendo in risalto il dolore, le difficoltà organizzative, la crisi economica, la disoccupazione crescente. Una vicinanza – forse legata anche a una certa assonanza con il contemporaneo aumento dei disoccupati tra gli israeliani – che, va detto, ha colpito profondamente noi ebrei italiani, così addolorati per l’Italia e contemporaneamente così preoccupati per Israele. Anche se, per essere sinceri, quelle immagini tristi e veritiere venivano trasmesse quando ormai le cose da noi andavano per fortuna già meglio, e dunque apparivano non del tutto in sintonia con quanto leggevamo sui quotidiani italiani.
Nella vicenda Coronavirus vista da Israele con gli occhi puntati sull’Italia un capitolo a parte è quello legato alle scuole. Due atteggiamenti opposti hanno guidato in proposito politici italiani e israeliani: da noi chiusura totale ai primi segnali di pericolo, perenne opposizione a ogni proposta di riapertura anche parziale e con adeguato distanziamento, timore (motivato ma a mio giudizio eccessivo) di un contagio incontrollabile, scarsa o nulla considerazione per la centralità del dovere di formazione del sistema educativo nazionale nei confronti di bambini – adolescenti – giovani, confermata anche dall’assenza di un qualsivoglia progetto capace di guardare al futuro della scuola nonché dal complessivo disinteresse mostrato dai mass media per l’argomento; in Israele chiusura progressiva e poi totale solo quando il rischio si è fatto concreto, riapertura graduale e parziale delle classi appena possibile con un prolungamento dell’anno scolastico per recuperare in parte il tempo perduto, attenzione continua e mirata su diverse questioni particolari da parte di un sistema informativo che non ha mai smesso di trasmettere servizi sui vari ordini e tipi di scuole, sui loro problemi, sulle tipologie dell’insegnamento. Con tutte le sue contraddittorie realtà, con tutte le ambiguità delle scelte politiche del suo governo (legato peraltro ad equilibri assai precari), Israele si dimostra una democrazia matura e civile, capace di dare un rilievo fondante alla formazione delle giovani generazioni.
Poi, come sempre nello sviluppo della realtà, tutto cambia. Da qualche settimana il contagio tende per fortuna a diminuire in Italia, aumenta purtroppo in modo inquietante in Israele. Forse l’andamento in apparenza positivo ha portato lì a un allentamento prematuro delle misure di sicurezza; forse la popolazione stessa, stanca delle pressione psicologica di mesi, ha abbassato la guardia desiderosa di normalità e di libertà. Certo è stato amaro lasciare Israele con l’angoscia di una situazione instabile, di un pericolo di nuovo in agguato dietro l’angolo.
David Sorani
(7 luglio 2020)