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L’esperienza dei Kibbutz oggi

“In che sorta di società volete vivere, Kinderlach? In una società che rispetta le persone se hanno denaro, o in una società che rispetta le persone?”, chiede ai propri allievi l’insegnante Mola Zaharhari con un Tanakh in mano.
Sono parole tratte dal libro di Assaf Inbari Verso Casa (Giuntina 2020), un romanzo biografico del kibbutz Beth Afikim, nel quale lo scrittore è nato e cresciuto, dalla nascita dell’insediamento negli anni ’20, grazie a un gruppo di ebrei russi, sino alla sua privatizzazione e “caduta”. Il libro è stato pubblicato in Israele nel 2009, in Italia è giunto quindi un po’ in ritardo. Ma del resto, in Europa una reale riflessione sul kibbutz tarda ad arrivare. Troppo spesso si ritiene infatti che il kibbutz sia parte esclusiva della storia di Israele e del sionismo. I kibbutznikim certo erano mossi dalla fede del ritorno al Sion, per quanto il loro sionismo avesse forme e sfaccettature spesso diverse e contrapposte, e talvolta persino antistataliste. E la storia di Israele e del sionismo ugualmente, è inseparabile da quella dei kibbutzim. Ma i kibbutznikim sognavano anche una società diversa, più egualitaria e comunitarista, opposta a quella capitalista fondata sull’accumulo e consumo di beni e denaro. La loro storia dovrebbe rientrare, più in generale, in quella dell’umanità e di molte altre utopie. Il kibbutz è uno dei rari esempi di comunità socialista, in una maniera talvolta ben più compiuta e radicale di esperimenti analoghi realizzati in paesi dove effettivamente esisteva, almeno a parole, il “socialismo reale”.
Come racconta bene Inbari, c’erano molti aspetti dei kibbutzim che risultano fin troppo eccessivi ed intollerabili, soprattutto oggi, come ha ben scritto Claudio Vercelli qualche giorno fa su JoiMag, il kibbutz era “un’esperienza totale e quindi totalizzante” in tutti gli aspetti della vita privata. Può sembrare assurdo la richiesta da parte della comunità kibbutzistica dei primordi di non possedere un orologio, un paio di scarpe più “lussuoso”, o di tenere i propri figli in cameroni separati dai genitori. Considerato che il marxismo stesso quando tratta di proprietà privata fa riferimento ai “mezzi di produzione” più che ai beni personali. Altrettanto assurdo dovrebbe però sembrare l’accumulo compulsivo e non sempre necessario di vestiti e altre mercanzie nell’uomo contemporaneo, destinate a finire prima o poi in discarica, il quale rende inoltre le nostre vite insostenibili dal punto di vista ecologico. Così come lo sfruttamento e il disinteresse del proprio lavoro e di quello altrui, la privatizzazione dei servizi essenziali, la corsa irrefrenabile al guadagno e l’individualismo sfrenato. La trasformazione del kibbutz era sì inevitabile, tenendo anche in considerazione gli sviluppi e i radicali cambi di establishment della politica israeliana, ma alcuni suoi insegnamenti non dovrebbero essere dimenticati un po’ ovunque. La sua formula in una versione più soft e tollerante rispetto al passato, come scrisse Amos Oz in un’intervista su Repubblica, potrebbe essere riproposta, specie in questi tempi di crisi.

Francesco Moises Bassano