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L’Italia con i suoi ebrei

La tenacia di Matteo Ferrari, monaco camaldolese di straordinaria cultura e di squisita ospitalità, unita alla capacità organizzativa e alla caparbietà di Gabriele Boccaccini, hanno reso possibile la realizzazione a Camaldoli di una settimana di studi dedicata all’ebraismo italiano dall’Unità ad oggi. L’evento è stato comunque realizzato, a dispetto delle difficoltà, con l’intento di sostituire e anticipare in qualche modo la ricchissima prima settimana di studi internazionali sulla storia degli ebrei in Italia in età contemporanea che si è dovuta rimandare al prossimo anno a causa delle limitazioni determinate dalle attuali restrizioni sanitarie. Bisognava dare un segno di vitalità, anche per rispondere a una sincera sete di conoscenza espressa da chi comunque aveva voluto riservare questa settimana nello splendido scenario dei boschi del Casentino alla riflessione sul ruolo che le comunità e i singoli ebrei hanno svolto nella recente storia del nostro Paese. È stato non solo un dovere, ma un vero piacere per me rappresentare la Fondazione CDEC e mettere a disposizione le competenze storiche a fianco di Claudia Milani, con l’intento di aprire una stagione di confronto sempre più necessaria. Bisogna infatti ideare gli strumenti adatti a ricostruire i nessi e i percorsi che ci fanno affermare con convinzione che l’Italia senza i suoi ebrei sarebbe un Paese molto differente, e che l’ebraismo senza l’esperienza italiana avrebbe senza dubbio avuto nella storia caratteristiche assai differenti da quelle che conosciamo. Ne è testimonianza più che evidente la scelta del coltissimo bibliotecario dell’Eremo di Camaldoli che durante la visita privata che ci ha voluto dedicare ha esposto per noi in una bacheca un biglietto di Alessandro D’Ancona. Nel parlarcene, ha sottolineato come sia stato proprio questo straordinario studioso, senatore del regno, a gettare le basi dell’italianistica intesa come disciplina storico-scientifica, costringendo lo stesso Giovanni Gentile nel 1939 – a leggi razziste già in vigore – a riconoscerne pubblicamente il valore assoluto e ineludibile, in barba a tutte le sovrastrutture ideologiche che il regime andava costruendo. Mancò allora, durante il fascismo, un minimo di coraggio personale e di autocoscienza etica per opporsi a una china fatale. Proviamo a ricordarcene oggi, valorizzando senza veli l’apporto di uomini e culture nella costruzione della nostra civiltà.

Gadi Luzzatto Voghera, Direttore Fondazione CDEC