Una lezione dalla pandemia

La Halakhah proibisce di passare accanto a colui che sta recitando lo Shemoneh ‘Esreh entro una distanza di quattro cubiti, pari a circa due metri da lui. Qualche settimana fa, ripetendo questa regola con i miei allievi, mi resi conto di come la prescrizione sul distanziamento sociale fosse già stata prevista dai nostri Maestri in alcune circostanze. Più in generale non c’è bisogno del contatto fisico fra individui che non appartengano alla stessa famiglia, si può impostare una vita sociale anche senza strette di mano. Entro certi limiti è possibile vedere nel distanziamento persino una valorizzazione della persona. Se vogliamo rileggere tutta l’esperienza vissuta in questi mesi alla luce della tradizione ebraica potremmo giungere a un’interessante conclusione. Il Covid-19 è arrivato per ricordarci che l’uomo, lungi dal vivere per il suo profitto, è anzitutto una creatura in preghiera ed è in quanto tale che merita rispetto. Come dice il Salmista: wa-anì tefillah: “e io stesso sono preghiera” (109,4).
Sebbene gli ultimi dati sull’epidemia siano confortanti e lascino ben sperare, l’emergenza non è ancora finita. Ci prepariamo a un autunno di incertezze, a partire dalle scuole. Ci domandiamo come si svolgeranno le funzioni dei Mo’adim. Nello stesso tempo dobbiamo essere ottimisti. Esprimiamo giustamente il nostro compiacimento per come abbiamo gestito il lockdown. Nelle nostre Comunità si è fatto molto e bene. Ma è giunto il momento anche di fare dell’autocritica: domandarci cosa abbiamo imparato, cosa avremmo potuto imparare di più e quale eredità l’esperienza ci lasci per l’avvenire. Perché anche il peggior dei mali non viene mai solo per nuocere.
“Shim’on il Giusto – insegnano i Pirqè Avot (1,2) – soleva dire che il mondo poggia su tre cose: la Torah (studio), la ‘Avodah (servizio divino) e la Ghemilut Chassadim (opere di assistenza)”. Passando in rassegna la stampa ebraica leggiamo dell’impegno profuso dalle Comunità nel provvedere ai bisognosi e a quanti si sono trovati vittime della crisi economica, nel soccorrere gli ammalati (per quanto possibile) e i loro famigliari, nell’esser vicini a chi ha patito un lutto. Si è giustamente esaltato l’impegno dei volontari che in ogni città hanno garantito la consegna puntuale a domicilio dei viveri kasher le-Pessach. Tutti meriti di cui andar fieri. L’UCEI ha provveduto fin dall’insorgenza della crisi a fornire con la collaborazione del rabbinato corsi di istruzione ebraica su ogni argomento ai più vari livelli. Le lezioni sono state largamente seguite da un audience inimmaginabile in tempi “normali”. Anche questo è vero. Eppure qualcosa è mancato. Si è lavorato molto, come dicevo, sul fronte della Torah e della Ghemilut Chassadim, ma un po’ meno sul fronte del terzo “caposaldo”, la ‘Avodah. Dice il Maor wa-Shemesh parlando della Teshuvah: “Sappiate ancora che… anche se l’uomo si dedica alla Torah e alle Mitzwot, sostiene il prossimo nel bisogno con la persona e con il denaro, con tutto ciò ogni Ebreo deve versare la sua supplica dinanzi a H.” (comm, a Devarim 21,10).
Non si è pregato abbastanza. Non era possibile radunare il Minian? Si dice Tefillah senza Qaddish e Qedushah. Ebbene, si sono fatte fior di piattaforme zoom per lezioni, conferenze e tavole rotonde. Per la Tefillah ho notizie di una sola Comunità italiana che ha assunto in modo regolare un’iniziativa consimile. Non che prima, “in presenza”, le cose funzionassero meglio. I nostri Battè Kenesset sono vuoti da tempo immemorabile. Si è persa probabilmente un’occasione preziosa per insegnare qualcosa. Attenzione: sul piano teorico un corso di presentazione della Tefillah sotto il profilo strutturale, storico e halakhico, è stato svolto. Ma al momento della riapertura, dopo la vampa di fiamma del primo entusiastico Shabbat, molte Sinagoghe sono ritornate vuote come e forse più di prima. Lo studio ha senso nella misura in cui ci conduce all’azione. E forse non aver saputo approfittare del confino di tutti a domicilio, in cui la scusa dei soverchi impegni o del maltempo per non uscire di casa non era spendibile, per tentare un ripristino delle vecchie, buone abitudini dell’Ish Israel è stato un treno irrimediabilmente perduto.
“Durante le tempeste, le inondazioni oppure, al contrario, le siccità che minacciano la fame, Iddio come artefice dei tempi, come distributore delle piogge, delle rugiade, dei venti, si ripresenta alle menti degli uomini sbigottiti; ma è una consapevolezza, per lo più, che dura quanto il terrore che l’ha determinata. Passato quello, dimenticato il pericolo, ricomposte le acque nei loro alvei, seppelliti i morti se ce ne furono, ricostruite le case se furono abbattute, oppure tornata la vita ai seminati riarsi, l’uomo dimentica…” (Alfonso Pacifici, “Discorsi sullo Shemà’” Ed. Israel, Roma, 1953, p. 190-191).
Siamo appena in tempo per domandarci se, a fronte di un diverso tipo di calamità, non stiamo forse ricadendo nello stesso errore. La pandemia deve farci riflettere, non solo sul destino dell’uomo in generale, ma anche sul destino del nostro Ebraismo in particolare. Le famiglie ebraiche italiane sembrano aver gettato il proprio retaggio alle ortiche. Hanno rinunciato a pianificare un futuro. In un’epoca in cui tutti inseguono la proprie radici noi rischiamo invece un’ecatombe spirituale di immane significato morale (non certo alleggerito dall’esiguità numerica) e, se mi si consente, di incredibile… stoltezza. Traiamo dalla crisi la giusta lezione prima che sia troppo tardi.

Rav Alberto Moshe Somekh, Pagine Ebraiche luglio 2020

(26 luglio 2020)