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Emil, Itzhak, Shira e la violenza

Il 30 luglio del 2015 Shira Banki veniva accoltellata a morte durante una manifestazione del Gay Pride a Gerusalemme. Aveva sedici anni. Il 4 novembre 1995 il primo ministro di Israele Itzhak Rabin cadeva sotto i colpi di Ygal Amir dopo una manifestazione in quella che all’epoca si chiamava Kiqqàr Malkhei Israel (piazza Re di Israele) a Tel Aviv. Il 10 febbraio del 1983 Emil Grünzweig moriva colpito da una granata durante una manifestazione per la pace organizzata sempre a Gerusalemme. La violenza politica e ideologica in Israele, come pure nelle altre realtà democratiche, non è una novità. Non si manifesta mai all’improvviso, ma è il frutto di alcune strategie ben riconoscibili, sempre prodotte dalle componenti estremistiche di destra che la considerano elemento funzionale al successo politico. La violenza deve indurre paura, deve dare l’impressione di riportare la società a un ordine precostituito e autoritario, interviene a “mettere le cose a posto” là dove non possono intervenire le autorità costituite. Le quali, spesso, o non sono in grado di cogliere il progressivo elevarsi del livello di violenza, oppure lo tollerano considerandolo funzionale a determinate derive ideologiche che spesso albergano in settori delle forze di polizia.
In questi giorni in Israele si vivono momenti allarmanti. Messa da parte la polemica sulle future ipotetiche annessioni territoriali, l’attenzione del pubblico si è concentrata su altre dinamiche ben più urgenti. L’elevarsi della tensione al confine nord, dove una prova di forza potrebbe ricompattare una società devastata come quella libanese, mette in allarme gli analisti militari. La nuova emergenza virus costringe il governo (duramente rimproverato dal presidente Rivlin) a riorganizzare gli interventi sanitari e di welfare. La debolezza del governo bicefalo si misura ogni giorno con le profonde differenze che rischiano a breve di condurre il Paese a nuove elezioni politiche, rinnegate da tutti ma favorite nei fatti dalle decisioni o non decisioni assunte in sede parlamentare a proposito del budget. In tutto questo la società non resta immobile, e da settimane ogni sera si svolgono manifestazioni e contestazioni antigovernative che chiedono risposte soprattutto a situazioni di allarmante disagio sociale. Protestano insegnanti, medici, giovani in generale. E protestano anche organizzazioni che si schierano in difesa dei diritti civili e della democrazia. Lo fanno usando parole, slogan e immagini, e lavorano sui social media. Ed è proprio sui social che negli ultimi giorni si è registrato un allarmante superamento della soglia sopportabile di violenza verbale da parte di diversi gruppi di destra che mal sopportano le manifestazioni democratiche. Il cosiddetto Hate Speech (contro cui qui in Italia lavoriamo quotidianamente con task force costituite ad hoc) si sta diffondendo in maniera intollerabile nell’indifferenza degli apparati di sicurezza. E il discorso d’odio istiga a tal punto la violenza che due sere fa si è rischiato nuovamente di perdere vite fra le strade di Tel Aviv, animate dall’ennesima manifestazione pacifica che è stata assaltata da squadristi al momento impuniti.
Personalmente partecipavo alla manifestazione del 1983 dove perse la vita Emile Grünzweig e mi ricordo il clima di violenza diffusa che si respirava all’epoca nella società israeliana. Trovo quindi necessario e urgente che anche dal mondo ebraico diasporico giunga forte un messaggio di rifiuto di ogni forma di violenza fisica e verbale, che può mettere in serio pericolo le fondamenta stesse di quella come di altre democrazie.

Gadi Luzzatto Voghera, Direttore Fondazione CDEC

(31 luglio 2020)