Beirut, tra esplosioni e macerie
Tutti i quotidiani aprono ricostruendo il dramma di Beirut, dove due enormi esplosioni hanno devastato l’area del porto. Oltre 70 le persone rimaste uccise nell’incidente mentre i feriti sono almeno 3 mila. Le cause sono ancora da stabilire, riporta La Stampa, si è pensato a un attentato alla vigilia della sentenza sull’agguato che nel febbraio 2005 uccise il premier Rafik Hariri ma è aperta – e descritta come più probabile dal Corriere – la pista dell’incidente. Non è chiaro cosa abbia causato esattamente le esplosioni, ma il primo ministro Hassan Diab ha detto che circa 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio altamente esplosivo, comunemente usato nei fertilizzanti e nelle bombe, erano state lasciate da sei anni in un deposito del porto.
L’offerta da Israele. Il movimento terroristico di Hezbollah ha cercato di addossare la colpa su Israele parlando di “sabotaggio israeliano” ma il governo di Gerusalemme ha subito smentito e anzi, per bocca dei ministri della Difesa Benny Gantz e degli Esteri Gabi Ashkenazi, ha offerto il suo aiuto mediato da forze internazionali. In Israele, scrive Repubblica, la tesi che si considera più convincente è che si tratti di un incidente. E riguardo alle accuse di Hezbollah, scrive il Giornale: “L’idea che possa essere stato Israele a colpire il deposito non corrisponde né agli interessi né allo stile dello Stato ebraico che ha subito offerto aiuto medico a Beirut. Ha già dimostrato di non volere uno scontro verticale col Libano e che non colpisce mai obiettivi in cui siano coinvolti civili innocenti”.
Libano, paese in ginocchio. Diversi quotidiani raccontano di come la tragedia del porto di Beirut arrivi in un momento complicatissimo per il paese. “Domina la crisi economica lacerante, – racconta il Corriere – le banche chiuse, l’inflazione alle stelle con l’affossarsi della lira libanese e il valore dei salari medi sprofondato in meno di un anno da circa 900 dollari mensili ai 150 attuali”. “Non possiamo più ritirare i nostri risparmi dalle banche. Nascondiamo i pochi dollari che ci restano sotto il materasso. Non possiamo viaggiare all’estero, non c’è futuro”, la testimonianza al quotidiano di un imprenditore di Beirut”. “Il problema è che dopo molti anni il Libano deve drammaticamente reinventarsi. – spiega su La Stampa Domenico Quirico – Il suo modello economico che si basava su un debito sfrenato fino dagli anni Novanta non regge più, il Paese deve imparare a produrre mentre oggi importa praticamente tutto, l’aiuto della diaspora potente e ricca (il 12% del Pil) non copre più come una protesi ortopedica gli abissi del debito. Ma è soprattutto sul piano politico che tutto deve cambiare perché tutto è finto”.
Beirut vista dall’Italia. “L’onda lunga dell’esplosione di Beirut, udita fino a Cipro, non potrà che attraversare il Mare Nostrum. Ci riguarda da vicino, e non solo perché in Libano opera fruttuosamente dal 2006 il contingente Unifil delle Nazioni Unite a guida italiana. Rende palese che la politica, del tenersi alla larga, odi affidarsi a sultani, faraoni, califfi, zar per dominare con la forza le tensioni di nazioni delle quali – volenti o nolenti – condividiamo il destino, è peggio che miope: è autolesionista”. L’amara riflessione sul Fatto Quotidiano – dall’eloquente titolo “Piango la mia Beirut, perennemente violata” – di Gad Lerner, nato nella capitale libanese. Come ricorda il giornalista, in Libano c’è anche un contingente italiano e nell’esplosione è rimasto ferito lievemente il caporalmaggiore Roberto Caldarulo. L’unità anticrisi della Farnesina, riporta La Stampa, si è subito attivata mentre il ministro Lorenzo Guerini si è messo in contatto con il contingente schierato tra Beirut, Shama e Naqura. “La nostra Difesa – ha detto Guerini – è disponibile a prestare il suo aiuto alla città così duramente colpita”.
Virus, scienza al lavoro. Continua l’impegno del mondo scientifico per arrivare il prima possibile a un vaccino contro il coronavirus. Tra le collaborazioni che si stanno rivelando proficue, racconta il Giornale, quella tra due aziende farmaceutiche, l’israeliana Kamada e l’italiana Kedrion. “Nella primavera del 2021 dovrebbe essere disponibile un farmaco per la cura e la prevenzione del Covid 19, che avrà caratteristiche sia curative, sia di protezione di un corpo sano, com’è tipico di un vaccino”, scrive il Giornale, parlando del lavoro congiunto delle due aziende.
Roma, l’impegno di Fuksas. “Roma è la mia città, quella che accolse mio padre, un chirurgo ebreo, arrivato nella Capitale attraverso la Germania dalla Lituania. Ecco perché ho deciso di donare il ‘concept’ allo Spallanzani”, così l’architetto Massimiliano Fuksas parlando con il Foglio del suo progetto per l’ospedale della capitale. “Sarà una struttura blu, leggera per dare un senso di serenità e sanificazione a tutto il complesso. Sorgerà nella corte interna, Ecco perché l’ho chiamato `No Hospital’ in quella che tecnicamente è la camera calda, tra il pronto soccorso e i laboratori dove si studia per trovare un vaccino”.
Ernst Bloch e l’ebraismo. Su Avvenire Massimo Giuliani riflette su un passaggio specifico del lavoro del filosofo Ernst Bloch contenuto nel suo Spirito dell’utopia: ovvero il capitolo sugli “ebrei come simbolo”, per la prima volta tradotto in italiano.
Daniel Reichel