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Premio e castigo

Nella parashà che leggeremo questo Shabbat troviamo troviamo quello che è stato introdotto come secondo brano dello shemà israel, quel brano che inizia con le parole: “vehajà I’m shamo’a tishme’ù el mitzwotai – e sarà, se ascolterete bene i miei precetti” (Devarìm 11; 13-21).
Questo brano di Torah è conosciuto anche come “premio e castigo”; in realtà noi troviamo in esso ciò che più volte la Torah ci mette in guardia di fare, osservare le mizwot. Nel brano in questione però troviamo espressamente la condizione “se”; quindi:
Se vi comporterete bene, osservando gli insegnamenti divini, vivrete sulla terra di Israele una vita buona, di abbondanza per voi e per il vostro bestiame, viceversa non ci sarà la pioggia a suo tempo, non avrete prodotto dalla terra e per la carestia, sarete costretti ad abbandonarla, per una Diaspora.
Alcuni commentatori vogliono vedere un triplice legame: D-o – popolo – terra.
D-o che premia il popolo per il buon comportamento, concedendogli una terra “stillante latte e miele” con conseguenti soddisfazioni morali e materiali; altrimenti il popolo sarà punito con la terra non più stillante latte e miele ma arida e priva di prodotti.
La posta in gioco è la terra di Israele che, a seconda del comportamento del popolo, diviene premio o castigo.
La caratteristica di Eretz Israel è quella quindi di mutare la sua condizione a seconda del comportamento del popolo ebraico: terra fertile o terra arida – premio o castigo.

Alberto Sermoneta, rabbino capo di Bologna