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Come muore un paese

Se Beirut esplode in un attimo, il Libano implode oramai da lungo tempo. La devastanti conseguenze della catastrofe che ha colpito la capitale si inseriscono dentro un declino, sempre più accentuato, accelerato e radicalizzato in questi ultimi anni, di un Paese che avrebbe meritato ben altro destino. Al netto dell’evento scatenante, sul quale sono in corso indagini (vedremo quanto sincere nelle loro modalità e, in prospettiva, anche delle loro conclusioni a venire), il fatto stesso che tonnellate di materiale esplosivo fossero conservate nel porto principale della città da diversi anni, è già di per sé un capo di accusa gravissimo nei confronti delle classi dirigenti. L’area portuale, quella doganale, i silos con le riserve di grano e di altri prodotti cerealicoli (più che mai necessari ora, dal momento che l’inaudita crisi economica e sociale in cui versa il Libano è già diventata anche crisi alimentare) ma anche una parte rilevante dei cantieri, sono divenute una sorta di Ground Zero. Segnatamente, si tratta di un territorio metropolitano dove Hezbollah esercita una notevole capacità di controllo. In un sistema a cerchi concentrici, è poi l’intera città, che conta non meno di 1.200mila abitanti, ad essere stata immediatamente coinvolta. Il fallout è a tutt’oggi in corso e proseguirà nelle settimane a venire, trasformandosi, da immediata crisi dell’emergenza, in un purtroppo prevedibile cortocircuito sociale e civile. Poiché, oltre all’onda d’urto dell’esplosione, si sommano la già montante crisi economica, fiscale e – adesso – anche quella sociale e civile. Di fatto, lo Stato libanese è fallito, senza tanti complimenti. Ad accentuare una condizione di crisi peraltro permanente è stata la durissima flessione del mercato petrolifero dal 2018 in poi, con il secco calo del prezzo del barile e il disimpegno saudita dal sostegno al Paese. L’incremento repentino delle tasse, versate ad un sistema tributario fortemente frazionato e fazionalizzato, ossia posto sotto il controllo competitivo dei diversi gruppi che si contendono la sovranità politica sul Paese, ha esacerbato le proteste che si trascinavano oramai da una quindicina di anni. Nel mentre, l’emorragia delle riserve di valuta straniera, ha reso ancora più difficile procedere ai pagamenti dei creditori internazionali. L’ultima sanzione di una tale decadenza, in una serie di disgrazie di per sé già non breve, è stata quindi la decisione, nel marzo di quest’anno, di non pagare la tranche di 1,2 miliardi di dollari del debito consolidato (alla quale è seguito l’omesso rispetto di altre scadenze debitorie, al momento di 700 milioni in aprile e di 600 milioni a giugno). Ne è seguita la prevedibile risposta del Fondo monetario internazionale che, dinanzi all’ipotesi di nuovi sostegni finanziari (e di una più generale rinegoziazione del debito) ha richiesto, secondo un prevedibile copione, «riforme» profonde. Una sorta di istanza dovuta – almeno secondo la dottrina finanziaria degli organismi internazionali – che, tuttavia, in un Libano in totale declino, è pressoché impossibile soddisfare. Poiché, come si sarebbe detto un tempo, “il difetto sta nel manico”. La bancarotta libanese, infatti, è il risultato plastico di un insieme di fattori storico-politici alla cui sommità si collocano élite parassitarie, politico-bancarie-finanziarie, che proprio dal fallimento collettivo traggono ancora benefici diretti e indiretti. Non da oggi. Sono amministratori del declino permanente in quanto la rovina dei molti è la fortuna di altri pochi, tali poiché sufficientemente corporati tra di loro. Chi segue le vicende del Medio Oriente conosce benissimo le vicissitudini libanesi, soprattutto dalla guerra civile del 1975-1990 ad oggi. Gli accordi di Tāʾif del 1989, che hanno imposto un coperchio sulle tensioni armate, comunque proseguite in varie forme, a partire dal terrorismo diffuso, hanno lasciato spazio libero alle fazioni di potere, spesso abituate a contrattare tra di loro secondo criteri al limite del camorrismo, e per le quali il clientelismo e il ricorso alla corruzione sono la norma vigente. La «rivoluzione del cedro» (febbraio-aprile 2005), l’onda lunga delle richieste di giustizia, sicurezza e libertà avanzate soprattutto dai giovani libanesi dopo l’assassinio del premier sunnita Rafiq Hariri (quasi sicuramente per mano siriana e per parte di Hezbollah), aveva preceduto le «primavere arabe» (2010-2012). Il fatto che l’una e le altre non abbiamo prodotto alcun risultato significativo se non, in alcuni casi, un repentino e violento cambio dei gruppi dirigenti, con un’ulteriore frantumazione civile e sociale dei Paesi in cui si sono manifestate, costituisce il precedente sul quale misurare la situazione del Libano di oggi. Solo per dare ancora qualche segno della misura del dramma, basti ricordare che ben prima dei tragici eventi del 4 agosto la disoccupazione viaggiava già intorno al 33-35% (un anno prima era all’11%), il salario medio era di circa 300 dollari, l’ammontare del debito pubblico veniva valutato intorno a 102 miliardi di dollari (pari al 170% del Pil, immediatamente dietro Giappone e Grecia e di poco più avanti di quanto si troverà, di qui alla fine dell’anno, a dovere affrontare l’Italia). Da tempo le banche hanno imposto rilevanti limiti ai prelievi cash, impedendo inoltre di convertire la declinante lira libanese in dollari (anche se la divisa nazionale è ancorata alla moneta statunitense dal 1997). La scarsità di dollari (il tasso ufficiale, prima della tragedia del porto di Beirut, era di 1.500 lire/dollaro, mentre quello reale veniva valutato di quasi dieci volte superiore) si è pertanto accompagnata alla caduta libera del valore della lira. Le importazioni di beni dall’estero hanno quindi subito un secco ridimensionamento, creando non pochi problemi ad un pur già asfittico mercato interno. La crescente difficoltà ad importare grano e carne, insieme ad altri beni di prima necessità, si è tradotta in una prima ondata di crisi alimentare, ovviamente favorendo il mercato nero, a prezzi proibiti per la maggioranza dei libanesi. Un indice, al riguardo, è il fatto che più della metà delle macellerie del Paese ha chiuso i battenti mentre, tra il primo autunno del 2019 e la tarda primavera del 2020, il World Food Programme delle Nazioni Unite ha denunciato un aumento di almeno il 50% del prezzo dei beni alimentari essenziali. Per la fine di quest’anno, la previsione è che il 60% delle famiglie libanesi si trovi a vivere al di sotto della soglia di povertà. Nel suo insieme, l’economia libanese è fortemente vincolata al circuito bancario (a sua volta frazionato in base ai potentati politici), a quello immobiliare e dei servizi (anch’essi sottoposti alle servitù feudali dei gruppi di potere “confessionali”). Il combinato disposto tra economia e gruppi lobbistici di pressione, suddivisi in un articolato ed asfissiante mosaico di appartenenze religiose – un capolavoro d’ipocrisia, per tenere i libanesi in una condizione di permanente servaggio – ha contribuito alla crescita, dopo il 1990, con la conclusione della dilacerante guerra civile, di un’economia non orientata alla produzione bensì alla speculazione, grazie anche agli ingenti investimenti stranieri, attirati sia dagli alti interessi praticati dal sistema bancari come dal vantaggioso tasso di cambio della lira rispetto al dollaro. Le banche, nella seconda metà del 2019, hanno venduto una parte consistente delle loro obbligazioni ai cosiddetti «vulture funds», i fondi avvoltoi. Si tratta di fondi speculativi che raccolgono titoli di debito fragili, tali poiché di difficile onorabilità. Gli investitori (individuali e collettivi, privati ed istituzionali) traggono beneficio acquistando i titoli di garanzia dell’altrui debito ad un prezzo bassissimo, rimettendoli poi in circolazione ad un valore maggiorato. Ad oggi, quindi, ciò che resta del governo libanese, quando affronta la questione del suo debito, si trova a dovere negoziare essenzialmente con speculatori stranieri, i quali concedono canali di credito, oppure mitigazioni nella restituzione del debito consolidato, solo potendo accedere ai residui asset produttivi e immobiliari del Paese. Peraltro, la distribuzione di posti di lavoro, di reddito come anche di servizi, è pressoché da sempre condizionata all’appartenenza ad una delle fazioni politico-religiose in campo. Ne è derivato lo sfondamento del bilancio dello Stato e, con esso, del debito pubblico. Se al 2010 la crescita del Pil era calcolata intorno all’8%, prima della crisi del Sars-Cov2 era già giunta a livello 0. Con la dichiarazione di default di marzo, la lira libanese si è immediatamente deprezzata, soprattutto rispetto al dollaro (comunemente usato nelle contrattazioni interne, nel settore del turismo, nelle rimesse dall’estero e per gli scambi commerciali). Un ulteriore aspetto della bancarotta libanese sta nel fatto che il Paese, dal 2011, ha dovuto accogliere ondate progressive di fuggitivi provenienti dai conflitti civili siro-iracheni. Attualmente, il rapporto tra profughi stranieri e cittadini libanesi è calcolato intorno all’uno contro sei. In buona sostanza, la tragedia del porto di Beirut è solo la cornice di una disfatta collettiva, annunciata da molto tempo. Cosa da ciò ne deriverà, con il rischio di una veloce cantonalizzazione del Paese, seguendo un processo di frantumazione già realizzatosi in altre società mediorientali, ce lo potranno dire solo i tempi a venire. Se la Francia, antica potenza mandataria (il Libano proclamò la sua formale indipendenza nel novembre del 1943, dopo avere negoziato al suo interno il cosiddetto «Patto nazionale», che cristallizzava il multi-confessionalismo, recependolo nella suddivisione dei ruoli istituzionali), ha da poco rilanciato il suo ruolo, osservando con preoccupazione anche le manovre turche, iraniane e delle potenze sunnite nella regione mediorientale, rimane il fatto che nessun protettorato politico potrà fare più di tanto dinanzi all’inaudita involuzione del quadro sociale e civile di un Paese che lacrima letteralmente sangue.

Claudio Vercelli