Libano senza governo
Dopo l’esplosione nel porto di Beirut, le proteste e gli scontri di piazza degli ultimi giorni, cade il governo del Libano guidato dal tecnocrate Hassan Diab. Una notizia a cui i quotidiani italiani dedicano oggi molto spazio e approfondimenti. “La classe politica che mi ha preceduto dovrebbe vergognarsi, la sua corruzione ha portato al disastro: ho scoperto che la corruzione è più grande dello Stato, e che lo Stato è paralizzato, non può affrontarla o liberarsene”, ha dichiarato Diab nel suo discorso d’addio. Il Premier dimissionario, sottolinea Repubblica, non è riuscito “ad avviare le riforme che il mondo chiedeva, ma che in patria alcuni potenti di volta in volta sabotavano”. Nell’analisi si spiega come il Libano sia diviso tra gruppi di potere, dai cristiano maroniti ai terroristi di Hezbollah, sempre più in controllo della situazione. Non a caso un suo deputato, intervistato dal Corriere, afferma che è “in piazza c’è solo una minoranza” visto che molti protestano proprio contro Hezbollah. Il deputato non vuole un’inchiesta internazionale sull’esplosione del porto perché “gli americani, Israele e il mondo occidentale cercherebbero di condizionarla” ma secondo gli analisti perché Hezbollah non vuole emergano le sue responsabilità.
Rischio guerra civile. Rimanendo sul tema Libano, secondo il Corriere la rabbia potrebbe innescare “dinamiche conflittuali simili a quelle che portarono ai quindici anni di guerra civile tra il 1975 e il 1990 sono parte integrante delle paure collettive. Sostanzialmente i manifestanti che da quattro giorni occupano il centro della capitale chiedono la radicale rifondazione dell’intero sistema politico assieme ad elezioni il prima possibile”. Secondo Vali Nasr, esperto americano di Libano intervistato da La Stampa, la caduta del governo non cambierà nulla. A suo avviso poi, “lo sguardo dell’Occidente sul Libano è ossessionato da Hezbollah. Quanto sta accadendo è legato alla bancarotta del Paese ed è riduttivo prendersela con il Partito di Dio o con l’Iran. La corruzione viene prima e riguarda tutti i partiti. Hezbollah ha paura di restare con il cerino in mano, il contesto è esplosivo, gli Stati Uniti e Israele cercano l’escalation ma Hezbollah non vuole entrare nel gioco, vuole evitare lo scontro. El problema è l’inefficienza dello Stato: se Hezbollah sparisse, il Libano non diventerebbe la Svizzera”.
Tra editoria e famiglia. Dalle traversie familiari, di un padre scappato in Africa e poi in Argentina per fuggire alla persecuzione antisemita a un quadro sulla situazione dell’editoria italiana, Ricardo Franco Levi, presidente dell’Associazione italiana editori, si racconta al Corriere della Sera. “Nel 1938, all’avvento delle leggi razziali, mio nonno Enzo, avvocato antifascista di Modena, ordinò a mio padre di rifugiarsi in Africa orientale. Quando le persecuzioni antisemite arrivarono anche nelle colonie, papà fuggì in Sudafrica. Siccome il Paese faceva parte del Commonwealth, alla dichiarazione di guerra contro l’Inghilterra scappò in Sudamerica, dove lo raggiunse tutta la famiglia”, il racconto di Levi, che poi si sofferma sulla situazione dell’editoria italiana, in sofferenza ma comunque un tassello importante nell’economia del paese: “vale otto volte il cinema e cinque-sei la musica, con un fatturato di oltre 3 miliardi”, spiega il presidente dell’Aie.
Musica e Memoria agli oscar della Tv. Il documentario The Lost Music girato a Barletta dalla CBS e dedicato al lavoro del compositore Francesco Lotoro di recuperare la musica composta nei Lager ha ricevuto la nomination agli Emmy Awards. “È qualcosa di estremamente importante. Del resto il lavoro fatto dalla Cbs è stato enorme. Hanno seguito per anni la mia attività effettuando delle ricerche accurate. Hanno scandagliato tutti i miei concerti”, spiega Lotoro in un’intervista oggi alla Gazzetta del Mezzogiorno esprimendo soddisfazione per la nomination.
I valori dell’antifascismo. Alberto Veronesi, candidato Pd alle regionali in Toscana, spiega a Repubblica Firenze il perché del suo gesto di domenica a una manifestazione della Lega a Viareggio con Salvini e la contendente Susanna Ceccardi. Quest’ultima di recente ha detto che “l’antifascismo oggi non ha senso. Così ho pensato di andare a darle di persona il benvenuto qui, a Viareggio, terra di civiltà dove tutti possono parlare, e a ribadirle che i valori dell’antifascismo sono irrinunciabili”. Veronesi, figlio del celebre oncologo Umberto, racconta di aver gridato dalla piazza e di essere stato tirato giù da alcuni sostenitori della Lega. “Mi hanno chiamato ebreo di m… e comunista di m…, Salvini e Meloni mi hanno attaccato. Ma io lo dico e lo ribadisco: per me non riconoscere oggi i valori dell’antifascismo non è un segno di civiltà”. E aggiunge: “L’esaltazione che mi ha fatto gridare domenica deriva anche da temi che mi toccano profondamente. Mia madre era ebrea, da piccola e stata deportata nel campo di Bergen Belsen, da cui si è salvata per caso”.
Giurisprudenza israeliana. L’Alta Corte di giustizia israeliana ha annullato lunedì la prevista demolizione della casa di un palestinese responsabile dell’uccisione di un soldato dell’esercito israeliano – Amit Ben Yigal – all’inizio di quest’anno. Il tribunale ha invece permesso all’esercito di sigillare una stanza dell’appartamento. I giudici Menachem Mazuz e George Karra hanno deciso di annullare la demolizione, sostenendo che la moglie dell’assassino e gli otto figli, che non erano coinvolti nell’attacco, vivono ancora lì. Il giudice Yael Willner era invece favorevole ad attuare il provvedimento come deterrente contro futuri attacchi alle forze israeliane che operano in Cisgiordania. In Italia la sentenza è raccontata dal Fatto Quotidiano, che riporta le critiche alla Corte (erroneamente, e forse volutamente, definita dal quotidiano Corte di Tel Aviv quando è a Gerusalemme) sia del Premier Netanyahu sia del ministro della Difesa Benny Gantz.
Milano e i segni dell’antifascismo. In tanti hanno commemorato ieri a Milano la “strage di San Lorenzo”, l’eccidio di 15 partigiani voluto dai nazisti nel 1944. Repubblica, nelle pagine milanesi, racconta l’atmosfera della manifestazione così come l’appello del presidente Anpi Milano Roberto Cenati alla tutela della “Loggia dei Mercanti che racchiude sotto le sue volte, con i 1739 nomi che vi sono scolpiti, la Resistenza italiana, in tutta la sua complessità: vi sono i nomi dei 15 Martiri di piazzale Loreto, dei Combattenti per la Libertà, degli oppositori politici al regime fascista, dei miliari, degli ebrei milanesi deportati nei lager nazisti, dai quali non fecero più ritorno”. C’è già un progetto approvato e firmato dallo studio Cini Boeri di riqualificazione della Loggia, spiega Cenati, annunciando di averlo donato al Comune. L’iniziativa potrebbe così rientrare ora nel più ampio progetto di recupero e ripristino di Palazzo della Ragione, già avviato dall’amministrazione.
Al mare. Il quotidiano Haaretz ha raccontato in questi giorni dell’apertura delle spiagge israeliane a famiglie palestinesi della Cisgiordania. E ne parla oggi anche Avvenire: “qualcuno sostiene sia un curioso stratagemma governativo per rianimare l’economia locale congelata dal lockdown. – scrive il quotidiano cattolico – Qualcuno sostiene sia un modo adottato dal governo per dimostrare che l’Autorità nazionale palestinese, che dovrebbe garantire il lockdown nelle aree sottoposte alla sua giurisdizione, non controlla alcunché”.
Segnalibro. Si intitola Convoglio 53. La vera storia di Jean Khaieté scampato alla deportazione il libro del giornalista Giuseppe Altamore presentato oggi dal Corriere e dedicato alla storia di un giovane ebreo francese, alla sua fuga dalla Francia di Vichy, la perdita della famiglia deportata, la lotta partigiana.
Daniel Reichel