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L’intervista con Pagine Ebraiche
“Non rinunciamo alla speranza”

Varcato il ponte degli Scalzi, dall’altra sponda del Canal Grande bastano ancora solo pochi passi. Dopo tanti anni in prima linea, alla guida di molte istituzioni ebraiche e della stessa Unione, Amos Luzzatto lascia sempre meno volentieri la sua appartata abitazione veneziana. Lui che ha a lungo influenzato l’immagine dell’ebraismo italiano oggi resta lontano dalla scena pubblica e preferisce dedicarsi alle tante riflessioni che hanno segnato il suo itinerario. Ma nel ritorno ai grandi temi che gli sono cari, nell’analisi e nello studio che offrono ancora risultati fecondi, come questa sua ultima guida al pensiero di un grande ebreo italiano come Dante Lattes, di cui riportiamo uno stralcio nelle pagine che seguono, al di là del gusto per lo studio che ha accompagnato la sua vita, traspare ancora il desiderio di interpretare la società attuale, i problemi vivi che attraversa l’Italia ebraica di oggi.
“Oggi – accoglie così il visitatore – sono solo un privato cittadino che studia ancora, scrive ancora ed è pronto ad esprimersi con quei pochi amici che pensano valga ancora la pena di ascoltarlo”.

È necessario mettere avanti tanta prudenza, ancora sulla soglia di casa?
Sono tempi difficili, meglio guardare la realtà in faccia e non farsi troppe illusioni.

L’ottimismo è un sentimento che oggi ha ancora diritto di cittadinanza?
Si corre il rischio di fare molti passi indietro. Ma non dobbiamo cedere, dobbiamo superare il sospetto reciproco, e non lasciare spazio all’inimicizia, nemmeno nelle piccole cose.

Per esempio?
Nella prima stagione di Israele e nella prima generazione del sionismo la conoscenza del mondo circostante era considerata un fattore strategico fondamentale. Se penso ai miei anni a scuola, si studiava l’arabo. Oggi non più. Un grande presidente dello Stato di Israele come Itzhak Navon è stato un maestro straordinario di cultura araba. Tornare nella Gerusalemme liberata dopo la guerra dei Sei giorni e poter leggere i nomi delle strade in arabo, è stato un sentimento che ci ha donato una forza incredibile. Oggi cresce la tentazione della contrapposizione, della prova di forza. E Israele e la Diaspora rischiano di depauperare il loro vero potenziale di forza, che è fatto di cultura e di capacità politica di mediazione.

A proposito di mediazioni, gli anni della presidenza UCEI videro anche un ruolo attivo nella discussa visita a Gerusalemme dell’allora vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini. Un momento storico nel recupero delle relazioni con un esponente di spicco del mondo politico del postfascismo.
Ho incontrato Fini più volte per comprendere la sua istanza di visitare assieme Gerusalemme e lo Yad Vashem. Nel corso dei nostri colloqui fece un tentativo di lettura delle leggi razziste del 1938 come una concessione a Hitler. Lo contestai subito, perché lo sciovinismo esasperato del regime fascista conteneva in sé tutte le premesse per sviluppare il razzismo. Ma gli ricordai anche come molti esponenti ebraici italiani furono fascisti e traditi dal fascismo, tanto da far ipotizzare nel 1935 una sfortunata operazione diplomatica da parte dell’Unione delle comunità israelitiche di allora nei confronti dell’Organizzazione sionistica mondiale perché Londra rinunciasse alle sanzioni contro l’Italia. La delegazione era composta dal letterato ed educatore Dante Lattes e dal poeta Angiolo Orvieto. Nessun politico e nessun diplomatico. Il loro insuccesso contribuì a convincere Mussolini che conveniva cinicamente cambiare cavallo.

Una lezione importante anche per i leader ebraici italiani dei giorni nostri?
La mia presidenza dell’UCEI è un capitolo che potrà forse capire qualcuno di quelli che mi sono stati molto vicini. Rappresentare politicamente gli ebrei italiani ha significato per me difendere e valorizzare l’Intesa con lo Stato italiano. Ma anche dare significato al nostro essere minoranza, una realtà che assieme ad altre minoranze possa offrire concretezza in Italia al pluralismo democratico non sempre adeguatamente sostenuto. Poi fare ogni sforzo per poter esprimere in maniera unitaria il vissuto e le opinioni così diverse fra loro del pubblico ebraico. E ancora coltivare la realtà ebraica europea. Mantenere uno stretto rapporto con la realtà di Israele, religiosa e laica, senza atteggiarsi a rappresentanti della politica israeliana, funzione che in un mondo democratico ed evoluto spetta ai cittadini israeliani e agli organi che si sono dati.

Un decennio è trascorso da allora. Quale valutazione è possibile dare?
Se ho agito con successo non posso dirlo. Questo giudizio spetta agli altri.

Amos Luzzatto non è solo uno studioso, un leader ebraico a riposo, ma anche un osservatore attento della drammatica attualità di questi mesi e un grande conoscitore della realtà di Israele. Che impressione lascia questa difficile stagione?
La questione di fondo in tanti anni non è cambiata. Ricordo quando avevo dieci anni e vivevo nell’antico quartiere di Tel Aviv chiamato Sharona, non lontano dall’attuale grande teatro Habima. Al di là dell’aranceto c’era la difficilissima convivenza con gli arabi. C’erano i Templari tedeschi che avevano immaginato, mentre in Germania prevaleva il nazismo, una loro salita in Israele per affermare fanatici ideali estranei all’ebraismo. C’era la consegna rigorosa di chiudere molto bene a sera le finestre perché durante la notte ci si sparava. Che cosa è cambiato da allora? Il dilemma per noi ebrei credo sia sempre lo stesso. Vogliamo riaffermare le nostre sacrosante ragioni, o vogliamo un accomodamento di pace? Dobbiamo andare d’accordo con i nostri diritti e con la nostra storia, o dobbiamo andare d’accordo con il mondo? Israele è un’isola di democrazia circondata dall’oceano islamico. Deve cercare il compromesso o deve andare fino in fondo e che vinca il migliore? La risposta non ce l’ho. E forse non ce l’ha nessuno. Ma nel frattempo qualcosa possiamo fare.

Cosa?
Per esempio arrivare a un chiarimento vero con il mondo cristiano. Fare del cosiddetto dialogo qualcosa di reale e di sentito dalla collettività. E anche questo, seppur possibile, non è facilmente praticabile. Negli incontri del dialogo si fanno affermazioni significative. Ma quanta parte dell’universo cattolico può essere rappresentata realmente dagli incontri di Camaldoli? Anche qui la risposta non è semplice. Ma il dialogo fra le genti e fra le religioni, in particolare con i cristiani, se seriamente praticato, può rappresentare un granello di ottimismo.

Guido Vitale
Pagine Ebraiche, aprile 2015

(Il disegno è di Giorgio Albertini)