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“Riappropriamoci della cultura”
La lezione di Amos Luzzatto

Fra i numerosi incarichi che Amos Luzzatto z.l. ha ricoperto nella sua lunga attività in campo ebraico va certamente ricordato quello, fra il 1997 e il 2007, di Direttore della Rassegna Mensile di Israel (RMI), la più importante sede di dibattito culturale dell’ebraismo italiano fondata nel 1925 da Dante Lattes e Alfonso Pacifici. Il rabbino Lattes, che della RMI fu a lungo direttore, era il nonno materno di Amos, e il suo primo e più amato Maestro di lingua e cultura ebraica, colui che, come ricorda Amos nell’editoriale d’inizio della sua direzione, nel gennaio ’97, gli fece “capire e amare il Tanakh e il Midrash” e il cui ricordo lo spronò a cercare di dare un contributo, anche attraverso la Rassegna, “alla cultura ebraica in Italia e alla trasmissione della sua conoscenza”. Questo era il programma editoriale di Amos Luzzatto, e in quest’ottica una innovazione sotto la sua direzione fu di introdurre ogni volume con “un Devar Torah presentato da un competente, che non sarà sempre e necessariamente un Rabbino”. Lo studio della cultura ebraica (e della lingua) era infatti per Amos il presupposto inderogabile per acquisire una vera coscienza ebraica: “abbiamo mille motivi che ci spingono a riappropriaci con entusiasmo della nostra lingua e della nostra cultura, trascurate per alcune generazioni. Riappropriarcene è un dovere generale e non può essere delegato solo a una eletta schiera, per esempio ai soli Rabbini”, è un dovere di tutti, come scriveva in un editoriale del settembre 2002. E nell’editoriale di commiato, nel gennaio 2007, ribadiva: “Dobbiamo riprendere a studiare. Dobbiamo cessare di delegare ad altri questo compito, che si chiamino Maestri, intellettuali, Rabbini, scrittori. Neppure loro possono espletare il proprio lavoro in mezzo a un pubblico indifferente…”.
Ma la Rassegna non era per Amos soltanto una rivista culturale. In un editoriale del maggio 2006, intitolato “Tensioni e polemiche”, scriveva: “La RMI è sorta come una rivista culturale, il cui scopo primario è quello di far conoscere, tanto agli ebrei quanto ai non ebrei, la cultura ebraica in tutte le sue sfaccettature, nei suoi aspetti diacronici ed anche nei suoi problemi. Tale intende restare. La stessa sua periodicità non le permette di essere una rivista ‘di attualità’, tanto meno di attualità politica. E tuttavia essa non conduce la propria vita dentro una camera asettica, dentro alla quale non penetra nulla delle tensioni e delle polemiche che agitano il mondo esterno”. In ciò Amos proseguiva nella linea di suo nonno Dante Lattes, che teneva una rubrica regolare intitolata “Problemi e Polemiche”, nella quale rav Lattes affrontò nel corso degli anni diverse tematiche (a mo’ di esempio: Gli immigrati e i forestieri; la polemica attorno a un presunto antisemitismo di Hannah Arendt; Fede e Scienza; la pace invocata dal sommo Pontefice; e molti altri).
Anche i numerosi editoriali di Amos Luzzatto erano dedicati ai problemi dell’ebraismo italiano al proprio interno e in relazione con Israele e con le comunità ebraiche europee e di tutto il mondo e con la società circostante. Uno dei temi più dibattuti da Amos era il rapporto fra l’essere “laico” e “religioso”. Per suo imprinting giovanile, Amos cercava sempre di risalire ai termini ebraici corrispondenti, in questo caso “chilonì” e “datì”. Così scriveva nel gennaio 2005: “Se è difficile tradurre datì con ‘religioso’, è ancora più difficile tradurre chilonì con ‘laico’… la Torà non fa distinzioni fra il sacro e il profano”. E poi aggiungeva: “In realtà, molto spesso ci viene detto che è laico colui che accetta la sfida della critica, dell’analisi del discorso, del confronto libero fra pareri opposti. Se è così, non conosco un testo più ‘laico’ del Talmud… Se mi è concesso un paradosso, il mondo ebraico può contemplare una specie di sintesi fra religiosità e laicismo, con ricadute evidenti anche sul rapporto fra ‘osservanti’ e ‘non osservanti’. Quando Yeshaiahu Leibowitz si mette in discussione anche attingendo alla filosofia europea, alla fisica e alla matematica, o al laboratorio di analisi chimica, egli è certamente degno di essere chiamato un laico anche se si mette tutti i giorni i tefillin”. Leibowitz, è bene ricordarlo, di Amos fu insegnante di scienze a Gerusalemme negli anni della Seconda guerra mondiale.
In onore di Amos Luzzatto la RMI ha dedicato un volume (settembre 2008) in occasione del suo 80° compleanno. Presentandolo, Giacomo Saban, che di Amos fu dapprima stretto collaboratore e poi degno successore alla guida della RMI, scriveva: “Nessuno meglio di Amos Luzzatto poteva dare un impulso a questo rinnovamento [culturale]. La sua cultura è varia e se parte dalla medicina e dalle scienze esatte da una parte, ha dall’altra una solida base umanistica ed una profonda conoscenza di tutte le sfaccettature del sapere ebraico, sia esso tradizionale o religioso o letterario o politico”.
Vorrei concludere con un ricordo personale. Spesso, dopo le riunioni di redazione della RMI, accompagnavo Amos con la mia auto nella casa dell’Ucei in Prati dove alloggiava quando veniva a Roma per le riunioni di consiglio, e continuai a farlo anche dopo la sua elezione a Presidente dell’Ucei. Altri tempi, quando i presidenti dell’Unione potevano girare liberamente senza scorta. E intatti, dopo un po’ non fu più possibile e io, con mio grande dispiacere, dovetti rinunciare a quelle lunghe chiacchierate con Amos sui più svariati argomenti.
Zikhronò livrakhà, che il suo ricordo sia di benedizione.

Rav Gianfranco Di Segni, a nome di tutta la Redazione della RMI