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L’alba di un nuovo Medio Oriente

“Una nuova alba per il Medio Oriente”. Così il Presidente Usa Donald Trump ha definito la firma degli “Accordi di Abramo”, la storica intesa siglata ieri a Washington che stabilisce le relazioni diplomatiche tra Israele e due Stati arabi del Golfo, Emirati Arabi Uniti e Bahrein. “Una nuova alba di pace”, le parole del Premier israeliano Benjamin Netanyahu, che ha ringraziato Trump per aver “affrontato con coraggio i tiranni di Teheran; aver proposto una visione realistica per la pace tra Israele e i palestinesi. E mediato con successo la pace storica che stiamo firmando oggi”. I quotidiani italiani (Corriere, Repubblica, Stampa) sottolineano la funzione anti-Iran di questo accordo; il primo dopo decenni tra Israele e dei paesi arabi. “Gli accordi sono brevi, specie quello col Bahrein, ancora da definire in molte parti, ma carichi di un futuro rivoluzionario. – scrive il Giornale – Trump è fiducioso persino sulla fornitura degli F-35 agli Emirati, sarebbe ‘una cosa facile’ dice, nonostante le resistenze di Netanyahu”.

Un Medio Oriente diverso. Su Repubblica viene ricordata l’analisi di Thomas Friedman (New York Times) in merito all’effetto degli accordi di Abramo: “Ci sono due coalizioni nell’area oggi. Quelli che vogliono che il futuro seppellisca il passato e quelli che vogliono che il passato continui a seppellire il futuro. Gli Emirati Arabi Uniti si sono messi alla testa dei primi e hanno lasciato all’Iran la guida dei secondi”. Trump intanto ha annunciato che altri paesi seguiranno l’esempio di Emirati e Bahrein. Ma l’obiettivo più grande è l’Arabia Saudita. “Ha ben chiaro che il nemico è l’Iran, che la tecnologia avanzata è qui, sa chi è per la stabilità regionale. È un percorso, ma sono fiducioso che arriveremo a un accordo anche con Riad”, dice a Repubblica Eli Cohen, ministro dell’Intelligence israeliano. “Non è un accordo di pace come quelli siglati negli anni Settanta e Novanta da Egitto e Giordania perché stavolta non si tratta di Paesi confinanti in guerra, ma la normalizzazione delle relazioni degli Emirati e del Bahrein con Israele è una partnership strategica che può avere conseguenze anche più profonde: il mondo arabo che, davanti al progressivo disimpegno, soprattutto militare, degli Usa dal Medio Oriente, decide pragmaticamente di considerare lo Stato ebraico non più corpo estraneo, un nemico, ma addirittura un alleato nella lotta contro l’Iran sciita e la Turchia”, la lettura dell’esperto di Medio Oriente Vali Nasr, intervistato dal Corriere.

I palestinesi lasciati fuori. Tutte le analisi sottolineano come l’assenza a Washington di un sostanziale riferimento alla questione palestinese marginalizzi ancor di più la leadership di Ramallah e Gaza. “Questi accordi ci permetteranno di stare a fianco del popolo palestinese e di aiutarlo nella realizzazione di uno stato indipendente”, ha dichiarato Abdullah bin Zayed AI Nahyan, ministro degli Esteri degli Emirati, ringraziando poi Netanyahu per aver fermato “l’annessione in Cisgiordania”. Ma nessun impegno specifico per Israele emerge dagli accordi rispetto ai palestinesi. Secondo Trump, Ramallah verrà comunque al tavolo per discutere ma le reazioni attuali non vanno in questa direzione. “Siamo arrabbiati con gli arabi. Hanno violato il loro impegno nei confronti dei palestinesi: non c’è normalizzazione senza la fine dell’occupazione. Invece di ‘pace per territori’ hanno firmato ‘pace per protezione’”, dichiara a Repubblica Saeb Erekat, segretario generale dell’Olp, parlando di tradimento di Emirati e Bahrain ed elencando gli alleati su cui contano i palestinesi:” Con la Cina abbiamo da sempre ottime relazioni. La Turchia è uno dei nostri principali sostenitori, l’Iran vota con noi nelle istanze internazionali. Ma contiamo anche su Russia, Sud Africa, Irlanda, Lussemburgo, Svezia, tra gli altri”. Anche la Stampa sottolinea come i palestinesi siano sempre più isolati e ora guardino ancor di più verso l’Iran mentre Yossi Klein Halevi, sul Corriere, ripercorre gli errori dell’Europa, irrilevante in questo scacchiere mediorientale. Intanto, mentre a Washington si celebrava la firma, da Gaza sono partiti alcuni missili contro il Sud d’Israele che hanno ferito due persone.

Israele e il lockdown. Il Sole 24 Ore ricorda come Netanyahu ora dovrà tornare da Washington in una Israele profondamente preoccupata per il nuovo lockdown che inizierà venerdì, alla vigilia di Rosh HaShanah. La disoccupazione è alta e le ripercussioni economiche della nuova chiusura stanno generando un malessere diffuso. Di questo clima parla anche il Fatto Quotidiano che fa grande confusione e definisce il periodo delle solennità ebraiche – Rosh HaShanah, Kippur, Sukkot – come “periodo natalizio”. Un articolo che è una tirata contro il mondo haredi (tanto da intitolarsi “il virus dei miscredenti”) con grosse semplificazioni in merito al problema dell’emergenza sanitaria in Israele.

Senza Memoria. “Da qualche settimana su TikTok e altri social furoreggia una sfida indicata dagli hashtag #shoah oppure #holocaust (in Italia #olocausto). I ragazzi vestono pigiami a righe, si applicano la stella gialla, si disegnano le occhiaie o i lividi, si presentano scarmigliati- i prigionieri dei lager venivano rapati a zero, ma nessuna gloria vale tanto – e i migliori interpreti del ruolo di deportato ebreo si misurano col numero di like. L’hashtag #holocaust è stato visualizzato 18,2 milioni di volte, l’hashtag #olocausto più di centomila”, è il racconto di Mattia Feltri su La Stampa di questa nuova e vergognosa moda sul social network TikTok. Per Feltri questa vicenda ci ricorda che “Tutto sta lentamente e inesorabilmente sfumando: la democrazia è un bene negoziabile, l’autoritarismo un’opzione, i diritti fondanti svenduti per i capricci, e la Shoah, come un ritornello o un passo di danza, è una prova d’abilità per lo show online”.

Segre e Porta Pia. Ad impartire l’ordine di aprire il fuoco per aprire la Breccia di Porta Pia fu il capitano Giacomo Segre, ebreo piemontese, di Chieri, ricorda oggi Paolo Mieli sul Corriere della Sera, in un articolo dedicato allo storico avvenimento – di cui quest’anno cadono i 150 anni – e al libro di Vittorio Vidotto, 20 settembre 1870 (esce domani per i tipi dell’editore Laterza).

Daniel Reichel