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Netzach Yisrael

Ho avuto il privilegio di leggere in anteprima un lavoro di grande interesse, pronto per la stampa, nel quale si offre al pubblico italiano, per la prima volta, la traduzione di ampie parti de “L’eternità di Israele”, del Maharal di Praga (Rabbi Yehuda Loew Ben Bezalel, 1520-1609).
Non sono in grado di giudicare la qualità della traduzione, che presumo di elevato livello, ma mi sento comunque, pur nella mia ignoranza, di dire, al riguardo, due cose.
La prima è che il curatore e traduttore, Luciano Baruch Tagliacozzo, è uno studioso di alta serietà, di profonda cultura in campo biblico, midrashico e talmudico (sue sono anche diverse traduzioni in italiano del Midràsh e del Talmùd Yerushàlmi, ancora in corso), animato, da una parte, da una radicata passione per la cultura ebraica (che interpreta, tra l’altro, anche attraverso il suo mestiere di pittore), e, dall’altro, da un costante e generoso desiderio di divulgarne i contenuti al vasto pubblico.
Lo conosco e frequento da decenni, ma ne sentivo parlare già da bambino, perché mia madre era collega di liceo e grande amica di sua zia paterna Iole, che lo crebbe come una madre (essendo sua madre, purtroppo, morta di parto). Ricordo bene con quanta stima mia mamma mi parlava della Professoressa Tagliacozzo, così come ricordo che mi diceva che aveva un nipotino formidabile, geniale ma un po’ bizzarro (non ricordo se mamma utilizzò esattamente questo aggettivo, ma il concetto, più o meno, era quello). Quando poi ci siamo incontrati da adulti, abbiamo assiduamente collaborato in tanti ambiti (fondammo insieme, nel lontano 1992, l’Associazione Italia-Israele di Napoli), e lo ho reiteratamente invitato a fare lezione ai miei studenti, tanto all’Università di Salerno quanto al Suor Orsola Benincasa di Napoli. Quando andavamo al Suor Orsola, dovevamo prendere insieme, dalla collina del Vomero, una funicolare che ci portava all’Università, nella quale incontravamo anche alcuni degli studenti. La lezione – continuamente infarcita di aneddoti, battute, paradossi – iniziava già nella funicolare, per proseguire, senza soluzione di continuità, per strada, sulle scale e infine nell’aula universitaria, con il gruppo di studenti che andava via via a infoltirsi. In queste lezioni Luciano parlava di Midràsh e anche di Nezach Isarel, e ho avuto così modo di conoscere “in progress” diverse parti dei suoi libri, mentre venivano studiate e scritte. Io ho imparato molto, e i ragazzi – anche, probabilmente, per il confronto con le mie noiose lezioni di diritto – erano chiaramente affascinati – anche se, forse, un po’ storditi – da questa istruttiva e divertente variante, e mi chiedevano poi reiteratamente: “quando torna il Prof. Tagliacozzo?”.
La seconda cosa è che la figura del celebre Maestro del Rinascimento è davvero una delle più ammalianti della storia ebraica, in quanto esemplare del carattere metatemporale della spiritualità d’Israele, sintetizzata nella famosa massina della Meghillà di Ester, secondo cui “non c’è un prima e un dopo nella Torah”. E il suo messaggio – come emerge dalle dense pagine tradotte da Tagliacozzo, talvolta di sorprendente attualità – va al di là della semplice speculazione religiosa e filosofica, per irrompere nella storia con forza dirompente. Con le sue argomentazione riguardo alla necessità del ritorno del popolo ebraico in Eretz Israel, in particolare, Rabbi Loew è stato un anticipatore del sionismo, come riconosciuto da Martin Buber nel suo “Israel und Palästine”. Il messianismo, in lui, supera l’aspetto meramente mistico, per trovare un punto di collegamento con l’azione degli uomini. E il suo pensiero, da questo punto di vista, ha avuto conseguenze storiche di notevolissima portata.
Personalmente, mi sento di raccontare un piccolo episodio della mia vita passata, quando (credo fosse il 1980 o ’81), recatomi in visita al cimitero ebraico di Praga, mi fermai davanti al suo sepolcro. Tra le fessure delle pietre, come tra quelle del Kotel, erano custodite migliaia di minuscoli bigliettini. Sapevo bene, anche allora, che sarebbe stata una mancanza di rispetto andare a curiosare cosa fosse scritto in qualcuno di essi. Ma – e chiedo ancora scusa per averlo fatto: giuro che è stata la prima e ultima volta in vita mia – lo feci, prendendo e aprendo, sia pure con grande riguardo, uno dei fogliettini. C’era scritta una brevissima frase in tedesco, che conteneva una preghiera, ma non di un aiuto pratico, una guarigione o altro del genere. Era una preghiera di altro: “dass ich Dich immer lieben kann”, “che ti possa amare per sempre”. Riposi con cura il foglietto, pentendomi di averlo aperto e letto, ma certo che avrei ricordato per sempre quel messaggio, come infatti è stato.
Non resta che da augurarsi che il libro di Tagliacozzo possa al più presto vedere la luce. Perché, come attesta quel bigliettino, Rabbi Loew non è solo una figura da stimare e ammirare, ma anche da amare. E sono sicuro che quella preghiera è stata esaudita.

Francesco Lucrezi

(16 settembre 2020)