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Ticketless – Le case dei vivi

Sono i giorni in cui rendiamo omaggio ai nostri cari. Ogni Comunità italiana ha le sue tradizioni; leggevo su questo portale, a margine dell’ultimo saluto all’indimenticabile Amos Luzzatto, l’usanza veneziana dell’ultimo giro in Campo del Ghetto. Riflettevo in questi giorni sull’importanza che hanno queste tradizioni e in genere gli antichi cimiteri ebraici italiani nell’opera dei nostri maggiori scrittori del Novecento. Si pensi all’incipit del Giardino di Bassani e al ruolo che, nel romanzo, hanno gli studi di epigrafia del padre di Micòl. Pochi sanno che il famoso caso giudiziario dello smemorato di Collegno scoppiò davanti al cimitero ebraico di Torino. Lo smemorato (Bruneri o Canella?) viene arrestato per aver rubato dei vasi dalle tombe degli ebrei. Quello degli antichi cimiteri è un autentico topos, che tocca registri elevati, poetici (in Saba, via del Monte), ma anche umoristici: “Ho ereditato da mio padre una tomba al cimitero ebraico di Torino e la foresteria di un castello dell’Albese. In tutti questi anni la prima non ha fatto che salire di valore, la seconda che perderne”. Così, Vittorio Dan Segre, “l’ebreo fortunato” in apertura del secondo capitolo delle sue memorie, intitolato non per caso “La tomba”.
Alto e basso in queste descrizioni funebri si intrecciano, segno di dimestichezza dei vivi di fronte a quella che Giorgio Voghera chiamava Nostra Signora Morte. Nel mio sopralluogo nella casa dove riposano i miei antenati, pensavo l’altra mattina a come quest’anno sia cambiato il nostro dialogo con loro: siamo diventati tutti più fragili e vulnerabili. Ogni anno mi soffermo sulla lapide di un Maestro e sulla frase che ha voluto incisa sul marmo per invitarci ad amare la tradizione dei Padri con lo stesso affetto figliale con cui si deve amare il libero pensiero sciolto dai dogmi. Ogni volta, passando di lì, provavo la sensazione di dissetarmi ad una sorgente di acqua limpida, corroborante e ne traevo volentieri gli auspici cercando poi nei mesi successivi di applicare quella lezione. Che cosa c’è di diverso quest’anno? Non so dirlo e il non saperlo mi inquieta.

Alberto Cavaglion

(16 settembre 2020)