Giornalisti triestini cancellati nel ’38,
Memoria e nuovi impegni concreti

“Nel 1938 ebbe inizio un’altra fase della mia vita dovuta alle leggi razziali promulgate da Mussolini. I provvedimenti antisemiti, fra l’altro, stabilivano l’espulsione degli ebrei da tutte le professioni, incluso il giornalismo. Un mattino me ne stavo andando in redazione e, come sempre, camminavo leggendo Il Popolo. Improvvisamente mi fermai per rileggere allibito questo inatteso titolo a me dedicato: ‘Fuori l’ebreo, si respira aria migliore’. Pensai con amarezza ai colleghi che la sera precedente erano già al corrente di quel titolo e avevano taciuto. Non ho mai saputo quale di quei colleghi ‘amici’ avesse scritto il titolo e il malvagio articoletto.
Sotto il titolo ‘I giudei eliminati dal Circolo della Stampa’, il Popolo riportava poi questa notizia: ‘Il Consiglio direttivo del Circolo della Stampa, riunitosi in seduta ordinaria, ha, fra l’altro, deliberato di considerare come dimissionari dal Circolo stesso gli iscritti giudei. Tali iscritti sono in numero di otto, di cui due professionisti e sei pubblicisti, e precisamente: Ida Finzi e Federico Levi, professionisti; Mario Bolaffio, Aldo Cassuto, Massimo Della Pergola, Edvige Levi Gunalachi, Vito Levi e Alice Pincherle, pubblicisti’.
Seguiva questo commento editoriale: ‘La decisione del Circolo della Stampa trova la piena approvazione delle Camicie nere del Popolo di Trieste. Era logico che i giudei non dovessero più far parte di quella che noi consideriamo la nostra casa, la nostra famiglia. Il giornalismo fascista è un posto avanzato della Rivoluzione, che dev’essere presidiato da uomini puri di sangue e di cuore, da militi fedeli interamente votati alla Causa. Quindi, niente da fare per i giudei, discriminabili o meno’.
Ricordo d’essermi recato ingenuamente al sindacato per protestare. Il dirigente mi ascoltò, m’interruppe e mi disse o meglio urlò, dandomi del voi, anche perché quell’inverosimile Starace, segretario del Partito Fascista, aveva soppresso il ‘lei’: ‘Ma voi siete un ebreo e come tale potete fare soltanto lo spazzino’. Gli risposi: ‘Lo farei certo con dignità, mentre tu la dignità non sai neanche che cosa sia’. Me ne andai a testa alta, pensando, ma forse non intuendo fin in fondo, quanto era cambiata bruscamente la mia vita’”.
A descrivere con queste parole da una pagina delle sue memorie il lurido tradimento del fascismo nei confronti degli ebrei italiani e l’inizio della rovinosa caduta italiana nella sconfitta e nel disonore, è un grande giornalista italiano allora ancora alle prime armi.
Massimo Della Pergola, sopravvissuto alla Shoah, avrebbe contrassegnato con le sue idee luminose e il suo stile inconfondibile il giornalismo sportivo del dopoguerra.
L’episodio si svolge a Trieste quando Massimo, allora giovanissimo, muoveva i suoi primi passi professionali nella redazione del quotidiano Il Popolo di Trieste. Ottantadue anni dopo quel settembre che vide Benito Mussolini annunciare nel suo comizio sulla grande piazza aperta sul golfo della città giuliana, l’avvio delle persecuzioni antiebraiche, le istituzioni dei giornalisti hanno ora deciso di restituire simbolicamente il tesserino professionale a quei colleghi che furono esclusi dalla professione e perseguitati.
Nella sala del Circolo della Stampa, alla presenza del sindaco di Trieste Roberto Dipiazza, del rabbino capo della città Alexander Meloni, di molti esponenti del mondo della politica e della cultura e dei ragazzi del liceo Petrarca, che hanno recentemente concluso una ricerca storica sugli anni bui delle persecuzioni, i presidenti dell’Ordine dei giornalisti e dell’Assostampa del Friuli Venezia Giulia, Cristiano Degano e Carlo Muscatello e il presidente della casa dei giornalisti triestini, Pierluigi Sabatti, hanno compiuto un gesto di alto valore simbolico.
Nel dibattito che è seguito, cui hanno partecipato anche lo storico del giornalismo Enrico Serventi Longhi e i docenti del liceo Petrarca, è intervenuto anche il direttore della redazione giornalistica dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e di pagine Ebraiche, Guido Vitale.
“La tradizione ebraica – ha detto – ci ricorda proprio in questa stagione come sia possibile rimediare gli errori e i torti. Prendere coscienza delle colpe commesse è solo il primo passo da compiere. Ma il percorso comporta anche la volontà di non commetterle ancora e anche l’intento di indennizzare per quanto possibile chi è stato danneggiato. Le istituzioni dei giornalisti compiono oggi un atto dovuto e un gesto di grande valore simbolico. Ma l’orizzonte cui dobbiamo guardare non deve prevedere solo dichiarazioni teoriche, deve segnare un percorso fatto di passi concreti”.
“Lavoriamo assieme – ha suggerito Vitale – su diversi progetti che diano corpo alla Memoria e preservino questo valore insostituibile, questa garanzia della nostra libertà e della nostra dignità, dalla retorica e dalla superficialità“.
Fra le idee lanciate in occasione della giornata anche il lancio di un praticantato professionale intitolato alla memoria di chi allora subì il torto dell’esclusione per un giovane giornalista. E un nuovo impegno per la formazione professionale e l’aggiornamento dei giornalisti italiani, tragicamente impreparati, ha detto Vitale, a esporre i valori e le potenzialità di una società plurale e delle sue minoranze.
Nel pomeriggio, sulla piazza Unità d’Italia, nel punto dove Mussolini tenne il comizio in quel tragico 18 settembre 1938, molte organizzazioni hanno dato vita a una manifestazione per ricordare gli orrori del fascismo e denunciare chi minaccia di diffonderne ancora i veleni.
(Nelle immagini, di Giovanni Montenero e Claudia Cernigoi, la cerimonia al Circolo della Stampa; l’intervento del direttore della redazione UCEI Guido Vitale; la manifestazione in Piazza Unità in ricordo delle leggi razziste)
(21 settembre 2020)