1870, una memoria di famiglia

Sin da piccola ho sentito raccontare dalla mia nonna paterna che il giorno in cui fu aperta la breccia a Porta Pia suo nonno, allora non ancora trentenne, vide le guardie pontificie nei pressi del ghetto, le cui porte erano state aperte dopo il 1849, ma che rimaneva una specie di prigione aperta dove gli ebrei di fatto erano costretti a rimanere. Il racconto si soffermava sulle parole usate per descrivere questi soldati, che ad Angelo Di Castro, detto Angelino, sembrarono “muffi truffi”, espressione intraducibile che forse voleva dire “mogi mogi”, “avviliti e preoccupati”. Il mio avo, con spavalderia, li appellò con un’espressione scherzosa e irriverente facendo loro capire che non li temeva più e che ora, ad aver paura, erano loro. La moglie, forse ancora incredula della imminente liberazione – tale era per gli ebrei – preoccupata delle possibili conseguenze, lo richiamò all’ordine e lo mise a tacere dicendo: “Angelino, negro, negro!”.
Gli scherzi della storia e delle storie familiari, che possono essere sicuramente più divertenti, ma anche più imprevedibili della storia stessa, vogliono che qualche anno prima un altro mio avo, stavolta da parte materna, Alfonso Rouf, nativo di Beaune, dopo aver preso parte alla battaglia di Solferino (con i francesi di Napoleone III che assicuravano il Lombardo-Veneto a Vittorio Emanuele II) ed essersi lì guadagnato una medaglia, prima venne spedito per un breve periodo nelle nascenti colonie francesi, poi, per terminare il servizio in una zona un po’ più tranquilla, a Roma.
Un ebreo francese, i cui diritti (in teoria) e doveri (sicuramente) dall’età della Rivoluzione francese erano equiparati a quelli di tutti i cittadini francesi, veniva inviato a proteggere la città del papa dai possibili attacchi dell’Italia sabauda. E soprattutto da quelli delle truppe garibaldine. Per fortuna il suo servizio finì nel 1865, quando si congedò e si sposò con una fanciulla del ghetto, Grazina Pontecorvo, andando a vivere a Pisa dove il fratello di Grazina, Pellegrino, aveva avviato una fiorente industria tessile.
Si risparmiò così la battaglia di Mentana (a cui partecipò a difesa del papa anche un battaglione francese) e gli scontri con i garibaldini, lui che, probabilmente dai tempi di Solferino aveva parteggiato per Garibaldi, sotto la cui statua a Parigi lo ritrae ormai anziano la foto che mi fu regalata dalla mia bisnonna. Ma in un’altra foto di molti anni prima, recuperata solo recentemente grazie a una sua discendente, Alfonso appare giovane e con la divisa francese e San Pietro sullo sfondo.
Così per un certo periodo possiamo immaginare la condizione ben diversa di questi due avi di parte paterna e materna: Angelino per volere del papa, ancora re, anche se per poco, viveva nel ghetto; Alfonso, in divisa, era fuori del ghetto a proteggere la Roma del papa. Ma nel ghetto evidentemente ci entrò forse ormai senza divisa per prendere moglie, l’altro dal ghetto uscì nel 1870 quando Roma divenne capitale di Italia.

(Nell’immagine in alto Alfonso Rouf in divisa francese, sotto assieme ad altri reduci di Solferino davanti alla statua di Garibaldi a Parigi)

Claudia Di Cave

(21 settembre 2020)