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Milano e la via per Eugenio Colorni

Filosofo, antifascista, Medaglia d’Oro al valor militare alla memoria e padre, assieme ad Altiero Spinelli e Ernesto Rossi, del Manifesto di Ventotene, Eugenio Colorni è uno dei simboli dell’antifascismo italiano e dello spirito europeista del Novecento. Nelle scorse ore la sua città di nascita, Milano, lo ha celebrato intitolandogli una via. Una cerimonia a cui è intervenuto l’assessore della Cultura del Comune Filippo Del Corno. “Il 28 maggio 1944 la banda Koch, una banda fascista aggregata alle SS romane (aveva fornito alle autorità tedesche una trentina di nominativi da destinare all’eccidio delle Fosse Ardeatine), sparava, in una via di Roma, ad un uomo che sarebbe morto due giorni dopo in ospedale. – ricorda il presidente dell’Anpi Roberto Cenati – Il nome sulla sua carta d’identità, falsa, era Franco Tanzi. In realtà si chiamava Eugenio Colorni, era un antifascista, un filosofo, un ebreo, e durante il periodo passato nel confino di Ventotene, fra il 1939 e il 1941, aveva collaborato con Altiero Spinelli e Ernesto Rossi alla stesura del Manifesto per un’Europa libera e unita, il testo fondativo della creazione dell’Europa”.
Nella prefazione a “Il manifesto di Ventotene”, Eugenio Colorni scrive: “Si fece strada nella mente di alcuni l’idea centrale che la contraddizione essenziale, responsabile delle crisi, delle guerre, degli sfruttamenti che travagliano la nostra società, è l’esistenza di stati sovrani, geograficamente economicamente e militarmente individuati, consideranti gli altri stati come concorrenti e potenziali nemici, viventi gli uni rispetto agli altri in una situazione di perpetuo bellum omnium contra omnes”.
“Membro del movimento di Giustizia e Libertà, dopo gli arresti che nel 1935 avevano fortemente indebolito questo movimento, Colorni era entrato a far parte del Centro Interno socialista, di cui era divenuto uno dei leader. – ricorda Cenati – Arrestato dopo le leggi antiebraiche emanate dal regime fascista e confinato come antifascista, era stato mandato a Ventotene e poi a Melfi, da dove era riuscito a fuggire riprendendo la sua attività clandestina antifascista. Un’attività importante, a cui avrebbe posto fine sotto l’occupazione nazista la banda assassina di Pietro Koch”.