moked/מוקד

il portale dell'ebraismo italiano

Machshevet Israel
Apostati moderni

Siamo abituati a pensare l’apostasia come un abbandono della fede ebraica per altra fede religiosa. Ma la storia degli ebrei nella modernità conosce nuove forme di apostasia, segnatamente l’abbandono del giudaismo religioso a favore di visioni del mondo laiche, imperniate sui valori: l’uomo, l’etica, il progresso dell’umanità, il dovere per il dovere. L’attrattiva potentissima che l’ideologia massonica ha esercitato sugli ebrei moderni, soprattutto nel XIX secolo, attende ancora storici di vaglio per essere spiegata. Non parlo di chi ha tentato o tenti la non facile coniugazione di eteronomia religiosa e autonomia morale (come ho inteso mostrare nel mio libro su etica e halakhà, che nel giudaismo sono profondamente embricate e inscindibili). Parlo piuttosto di quanti hanno creduto di vedere nell’etica universale uno stadio ulteriore e superiore a quello religioso, raggiunto il quale simboli e atti di fede diventano superflui, se non dannosi. Un caso emblematico, da vero capo-scuola, è quello di Felix Adler (1851-1933). Chi era costui? Per noi, un Carneade ma tra gli ebrei americani del suo tempo fu qualcuno ben noto e influente.
Nato in Germania, figlio del rabbino della più importante sinagoga riformata di New York, fu avviato agli studi ebraici ma per strada scoprì le “cause sociali” ovvero le molte ingiustizie del suo tempo e, tornato in Germania a completare la sua formazione, venne folgorato come Paolo di Tarso dal verbo neokantiano (e dallo storicismo, dal darwinismo e dal metodo storico-critico nella lettura del Tanakh) e abbandonò il giudaismo. Spiega un suo biografo: “L’analisi kantiana degli imperativi etici conferì autorità alla nuova fede di Adler in una legge morale indipendente da una divinità personale… In seguito egli mise a fuoco i mali più gravosi della società industriale ai quali si dedicò in America nel corso della sua vita”. Così Benny Kraut, autore del volume From Reform Judaism to Ethical Culture del 1979. Altri dati importanti: nel 1877 fondò la New York Society for Ethical Culture (che esiste ancora) e con essa si attivò per garantire assistenza sanitaria ai poveri e istruzione ai lavoratori; nel 1890 diede vita a un “International Journal for Ethics” e l’anno dopo aprì una Summer School of Applied Ethics: era ormai divenuto un leader della lotta per la giustizia sociale, impegnato contro la piaga del lavoro minorile e per il miglioramento delle vite degli operai, tra cui centinaia di migliaia di Ostjuden neoimmigrati, sfruttati dall’allora fiorente industria tessile. Acclamato profeta dei valori della dignità umana e della giustizia sociale, recise i legami con la comunità e la fede ebraiche, sostituite, come detto, da un idealismo neokantiano. Da qui la domanda: si dà un’apostasia per adesione all’etica come religione? Adler fu un episodio isolato oppure costituisce un’intero capitolo di storia e di pensiero ebraico moderno e contemporaneo?
Se esistono alcuni che eccedono negli scrupoli halakhici senza un’uguale attenzione alla sfera etica, esistono anche – assai di più – quelli che in nome dell’etica ignorano e giudicano superata la prassi religiosa. Suo malgrado, Adler sembra confermare il giudizio paradossale di Yeshayahu Leibowitz, quando ripetutamente notava che “l’etica, impartita alla volontà dell’uomo in conformità alla propria nozione di realtà e di sé, o in conformità a ciò che considera il proprio dovere verso l’Uomo, tale etica è categoria dell’ateismo, inconciliabile con la coscienza o con la sensibilità religiose”. Quel che non filtra attraverso tale coscienza o sensibilità diventerebbe una forma idolatrica. Ma possono dei valori umani diventare idolatria e cadere sotto la severa mitzwà che la vieta? Non pensava il Maimonide che persino i figli di Noè, che osservano le leggi noachidi, dovrebbero osservarle come precetti e non come meri valori umani? Il giusto amore per la patria assolutizzandosi diventa nazionalismo; il rispetto per le proprie radici culturali può portare a un certo razzismo; il primato dello spirito allo spiritualismo; l’eroismo fine a se all’irresponsabilità e al culto della personalità…
Persino il progressista mondo ebraico riformato finì per isolare Adler e considerarlo ‘fuori’: facendo divorziare ideali religiosi e ideali umanistici, il suo umanesimo aveva perduto non tanto la sua legittimazione quanto la sua radice storica, quel legame con l’albero sempreverde del giudaismo che tenendo insieme etica e halakhà evita tanto gli eccessi religiosi quanto l’idolatria dei valori, spesso soggetti ai mutamenti culturali ossia alle mode. Dal 1902 Felix Adler ebbe cattedra di Etica politica e sociale alla Columbia University, ma fece finta di ignorare l’istituzione della porta accanto, quel Jewish Theological Seminary che più tardi avrebbe forgiato e supportato molti rabbini-attivisti contro la segregazione razziale, le oppressioni politiche e l’emarginazione sociale, nel solco di giganti come Joachim Prinz e Abraham J. Heschel. Costoro non ‘tagliarono i germogli’ ossia il propri legami con il giudaismo ma piuttosto attestarono nell’impegno sociale i valori umani di cui la fede ebraica è intrisa.

Massimo Giuliani, Università di Trento