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Mio padre Sabatino e la Memoria

Le cose non succedono mai per caso. Nei primi giorni di marzo 2020 mia moglie Gioia mi informa che David Gerbi, nostro amico di famiglia da molti anni, sta organizzando un gruppo su Zoom con il titolo “Il potere trasformativo terapeutico della condivisione”. Dico a me stesso che questa sicuramente non sarà una coincidenza. Gli chiedo subito di essere ospitato nel gruppo di 21 persone. Lui naturalmente non si fa pregare e mi invita. 
Entro in questo gruppo essendo abbastanza diffidente, visto che nel mondo è scoppiata una pandemia. Lo vedo un modo come un altro per passare del tempo insieme ad altre persone, visto che il governo ci ha obbligato alla quarantena. In più il grande lavoro di psicoanalisi fatto con David in passato mi ha sicuramente fatto diventare più vero e attento osservatore sia della realtà esterna che di quella interna, consapevole del mio lato oscuro e diffidente per molti dei ruoli che non mi appartenevano e che avevo assunto in maniera inconscia.
Dopo pochi incontri mi rendo conto che le persone che frequentano questo gruppo hanno molto da dire e li immagino come i retrorazzi che servono allo shuttle per andare sulla luna. Persone completamente diverse con vissuti diversi ma per magia pronte ad aiutare se stessi e gli altri, condividendo a livello a volte quasi fisico ciò che esce è il più delle volte sotterrato da anni, scoprendo così delle bellissime anime.
Mi sento arricchito e onorato di aver fatto parte di questo gruppo e di aver continuato quel cammino analitico iniziato 15 anni fa, che mi ha reso e mi continua a rendere una persona nuova. Attraverso il lavoro di condivisione improvvisamente emerge dentro di me un senso di ribellione. Tutto sommato, se vado a pensare a quello che aveva attraversato mio padre Sabatino Finzi z.l, che ha vissuto due anni e mezzo nelle baracche di Auschwitz e Birkenau, luoghi che io ho visitato alcuni anni fa, mi sono sentito fortunatissimo in questo periodo di pandemia ad avere, grazie a Dio, ogni comfort. Dal cibo ad una casa calda in compagnia di figli e nipoti. È stato grazie al senso di autenticità e correttezza del gruppo che mi sono sentito spinto a condividere la storia straziante ed eroica della mia famiglia. Grazie alla coincidenza della ricorrenza di Yom ha Shoah in cui Giulia, membro del gruppo, ha iniziato ad accendere un lumino in memoria delle vittime e degli eroi della Shoah, il suo esempio è stato seguito dagli altri anche non di religione ebraica. Erano curiosi ed impressionati di poter assistere da vicino a tale commemorazione che si è formalizzata anche attraverso un minuto di silenzio osservato da tutti in piedi. A questo punto ho deciso di aprire il mio cuore ed offrire la mia testimonianza come figlio di un deportato sopravvissuto alla Shoah.
Io, Giorgio Benjamin Finzi, figlio di Shabbatai Sabatino Finzi z.l. (matricola 158556, il marchio che riportava sul suo braccio), Chiamo testimonianza qualsiasi cosa onora “una memoria” visto che sono il figlio del più piccolo deportato della razzia degli ebrei romani del 16 ottobre.
Del 16 ottobre 1943 a Roma rimane in me un fardello che spesso sento non solo nei pensieri ma anche nella carne, questa è l’eredità che mi è stata trasmessa da quella grande montagna chiamata padre. È un onore e un onere portare avanti la grande forza nel sopravvivere pur essendo tornato a 19 anni senza alcun membro della sua famiglia, perché tutti trucidati ad Auschwitz e Birkenau.
Dopo due anni e mezzo di prigionia e con il fisico devastato pesava appena 29 kg: fu ricoverato per sei mesi a Bologna per una gravissima dissenteria, dovuta al fatto che all’entrata degli americani nei campi di concentramento distribuivano ogni genere di alimenti. Dopo non aver fatto un vero pasto per due anni e mezzo mangiò una scatoletta di paté di fegato d’oca rimanendo per mesi ricoverato. E mettiamo un punto, visto che la storia è scritta sui libri.
Qui nasce l’uomo degli opposti, che mi fece crescere sotto una campana di vetro visto che dopo la nascita del suo primogenito Giuseppe (Joseph) z.l., assistette anche alla perdita di due figli nati da pochi mesi e morti per complicanze da parto (Cesare e Angelo z.l).
Quindi 14 anni dopo la nascita del mio primo fratello nasco io, “Giorgio Finzi (Benjamin)”, bambino molto esile inappetente e cagionevole di salute e psicologicamente già segnato da questo padre così importante dalle dinamiche familiari assurde a cui era tutto permesso per i suoi trascorsi. Sotto il mio punto di vista uno sbaglio grandissimo fu quello di divenire l’amico di mio fratello e non il padre. Più tardi questa cosa in qualche maniera divenne la rovina di mio fratello stesso, che tentava di impersonare il personaggio di mio padre per renderlo felice pur non essendolo, ma esattamente il contrario di mio padre.
La mia fortuna è che in qualche modo mia madre mi mise sotto la sua ala sottraendomi dal “persecutore” che era in lui. Questo ha fatto sì che il mio carattere si sia formato senza imposizioni e sicuramente cambiando la mia esistenza. Credo sia successa una cosa molto strana. Ad un certo punto, frequentando questo gruppo, sono riuscito a togliere il cosiddetto “tappo”. A svuotare completamente il sacco e a parlare del mio percorso. Quindici anni fa ero in uno stato di morte apparente, cioè solo in mezzo alla gente, non più capace di reagire alla vita e con un grandissimo “macigno” da trascinare con me. Auschwitz aveva portato in me la distruzione della mia famiglia, sembrava che la morte ci inseguisse,, prima di mio fratello a 52 anni e dopo appena 10 mesi la morte della moglie Sara Patrizia Zicchieri Finzi z.l. Mio padre che si avviava alla fine della sua esistenza, per me una parola sopra a tutte: solo. 
La parte di me padre mi obbligava a prendermi delle responsabilità più grandi di me, mai avute fino a quel momento. Come ad esempio fare da padre oltre che ai miei tre figli anche ai due di mio fratello e sperare che andasse tutto bene. In alcuni momenti della mia vita mia moglie, che ho sposato giovanissimo nel lontano 1987, è stata catapultata in una realtà che neanche un po’ le apparteneva. Queste diversità hanno creato non pochi problemi ma tanta era in me la forza di uscire da questa situazione che ho pensato di fare qualcosa cominciando nel modo più sbagliato: stavo sempre peggio.
Un giorno mi trovai per caso dentro il Tempio maggiore di Roma ed incontrai David Gerbi, che conoscevo da bambino avendo frequentato il movimento giovanile ebraico Hashomer Hatzair; vuoi perché sua sorella era sposata con un mio cugino carnale, vuoi perché abitavamo vicini: credo che questo come il resto non sia un caso. Era la persona messa sulla mia strada per aiutarmi.
Mi sono sentito avvantaggiato non solo dalla sua grande professionalità ma soprattutto per la sua sensibilità e conoscenza, oltre al fatto che conosceva bene la mia famiglia. Inizia il cammino e il calvario: tre anni di incontri individuali e di analisi profonda. Alle volte era difficile anche tornare a casa, dovevo passeggiare un’oretta per tranquillizzarmi. Verso metà cammino, durante la seduta, David prendeva dalla sua “valigia simbolica” degli attrezzi utili per andare avanti nel mio percorso di crescita, e mi cominciava a regalare qualche attrezzo che poi mi sarebbe servito per passare alla fase “definito”: io al momento ero nella fase dell’indefinito. 
Mi aiutava a rendere cosciente l’inconscio e a non credere che il destino fosse predeterminato ma che si poteva cambiare una volta preso coscienza dei contenuti inconsci e sommersi nella profondità della psiche individuale e collettiva. Per questo modo di condividere i passi che ho iniziato a fare con lui lo ringrazierò a vita.
Ho continuato a frequentarlo anche dopo essere diventato un uomo nuovo. Partecipando vivamente a più gruppi di lavoro che lui organizzava, essendo lui un grandissimo esperto dei sogni: i sogni venivano spiegati ed interpretati insieme perché nei sogni si nascondono grandissime verità.Io credo che fra noi ci sia una grande condivisione di principi e una certa lunghezza d’onda. Ora basta di parlare di lui. Piuttosto vorrei parlare di una frase che è uscita durante un incontro su Zoom dettata da un altro membro del gruppo, che lo chiama “l’obbligo di responsabilità”.
Io mi ci rispecchio e lo applico come principio di vita e nella vita quotidiana. Come dice Joseph Tachè: “La coincidenza è il modo elegante di Dio di mantenere l’anonimato.” E tutto questo viaggio apparente casuale credo, anzi ne sono certo, che sia voluto da Dio. 
Ringrazio tutti di cuore per quattro motivi: la partecipazione, la serietà, per la condivisione e per i contenuti offerti. Un ringraziamento al mio carissimo amico David.
Dedico queste mie riflessione a mio padre Sabatino Shabbatai Finzi z.l, a mio fratello Giuseppe Joseph Finzi z.l. e a Sara Patrizia Finzi z.l.
Che il loro ricordo sia di benedizione.


(Nell’immagine grande Sabatino Finzi, catturato il 16 ottobre 1943 e sopravvissuto ad Auschwitz-Birkenau)

Giorgio Benjamin Finzi

(16 ottobre 2020)