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Italo, non Italia

L’asfissiante riproposizione di temi fascistoidi nella nostra contemporaneità, attraverso la pubblicistica di grana grossa e le “riscoperte” artistiche, è pari solo allo sforzo di negare la persistenza di elementi fascisti (temi, organizzazioni, suggestioni, militanze e cos’altro), sul piano politico come su quello sociale e culturale, da parte di coloro che invece miagolano affettuosamente ad essi come se fossero l’oggetto di un inconfessabile desiderio. Le due cose – l’affermazione di una seduzione e la negazione di un’evidenza – sono peraltro immediatamente speculari: costituiscono facce complementari della stessa medaglia, quella dell’apologia, non importa quanto implicita, di un passato che non passa. La stucchevole “riscoperta” di un Italo Balbo che in vita sarebbe stato ciò che mai fu, ovvero una specie di critico del fascismo medesimo, sia pure sottotraccia, fa francamente pena. Non gli rende neanche un qualche merito postumo. Poiché fu fascistissimo in quanto di quel movimento, poi partito e infine regime, ne costituì al medesimo tempo ideatore e beneficiario. Non di meno, il negare una tale evidenza rivela, se mai ancora ce ne fosse ancora bisogno, che al fascismo e ai neofascismi si è aggiunto il cripto-filofascismo. Che è una sorta di atteggiamento di onanismo mentale, dove ci si trastulla, con sommo godimento, insieme ad immagini fantasiose del passato. Una specie di piccola pornografia politica portatile, alla quale, gli adepti, quando vengono colti con le mani nel sacco, rispondono come delle mediocri prefiche, con richiami del tipo: «e allora il comunismo?», rivelando che del passato gli interessa solo quanto possa fungere a proprio immediato beneficio (con buona pace per le vittime medesime delle dittature orientali). Balbo è stato completamente congruo, consono, omologo a ciò che, peraltro, egli stesso aveva attivamente concorso a generare, una dittatura ventennale, conclusasi in tragedia collettiva. Se ne gratificò appieno per il ruolo che rivestì. Un conto, quindi, è studiarne la figura storica e ciò che essa ha rappresentato, con suo sommo agio, nel sistema dei poteri mussoliniani. Agendo e reagendo dialetticamente con il “duce” medesimo e le coalizioni di potere di cui egli fece parte, disegnandosi una sua specifica fisionomia. I colleghi dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara da tempo lo vanno facendo con egregia acribia e senza acrimonia. (Certo, sono «professoroni».) Un altro è simulare una sua funzione alternativa rispetto a quegli stessi equilibri di regime di cui fu invece uno dei maggiori garanti. Un regime che era la negazione del pluralismo ma incorporava in sé una policrazia, fatta di gerarchi ed amministrazioni, non necessariamente tra di loro allineati in tutto e per ogni cosa, e tuttavia orientata a garantirsi la perpetuità. Non si tratta, nel secondo caso, quello della presunta “riscoperta” di una sorta di eretico ortodosso, di un equivoco, bensì di una riabilitazione a tutto campo. Farfugliata come risposta ad una presunta censura (quella dell’antifascismo) che sta solo nelle fantasie di quegli opportunisti di sempre, che fingono di essere prometeici quando invece sono come Icaro dinanzi al sole, provvisti di incerte ali di cera. Punto e basta.

Claudio Vercelli

(18 ottobre 2020)