Dalla ferita di Udine a Ronaldo,
la seconda vita dell’ex campione

Quando nell’estate del 1989 Ronny Rosenthal dal Belgio sbarca a Udine sembra pronto a scrivere una piccola pagina di storia: diventare il primo calciatore israeliano a confrontarsi con la Serie A, che per chi giocava a pallone era a quel tempo il massimo che si poteva sperare nella vita. Sul più bello, dopo che è già stato presentato alla stampa, la ferale notizia: la dirigenza friulana si appiglia a un problema alla schiena che l’attaccante nato ad Haifa si trascina da anni per rimandarlo a casa. Rosenthal lascia Udine, per non tornarci mai più.
Nelle ore e nei giorni precedenti una parte della tifoseria aveva preso posizione contro il neo acquisto, esplicitando il proprio rifiuto con scritte e slogan antisemiti. Una pagina buia che attira l’attenzione della stampa italiana e internazionale.
Più volte è stato sostenuto che vi fosse un nesso tra i due accadimenti. L’Udinese, che pure ha dovuto risarcire il suo quasi tesserato per la scorrettezza compiuta, ha sempre smentito seccamente. E anche lo stesso Rosenthal, in più di una circostanza, si è detto convinto che si sia trattato di altro. Di un voltafaccia dettato piuttosto dalla volontà di ingaggiare un altro calciatore messo sotto osservazione: l’argentino Abel Balbo, poi effettivamente tesserato.
La sua vicenda resta in ogni caso un paradigma di tutto quel che non funzionava e continua a non funzionare in certi ambienti del tifo. Un problema ancora in parte irrisolto per il calcio italiano. Paradossalmente un bene per la carriera di Rosenthal, proseguita poi in club più blasonati come Liverpool e Tottenham e con una propaggine extra-agonistica di tutto rispetto.
Lo racconta il Times of Israel, che negli scorsi giorni ha incontrato il vecchio campione e gli ha chiesto un po’ di cose. Ad esempio della sua seconda vita di talent scout che per primo ha intuito le potenzialità di campioni emergenti come Cristiano Ronaldo, Vincent Kompany e Pierre Emerick-Aubameyang. Ma anche del suo rapporto con le attenzioni poco simpatiche di cui è stato talvolta oggetto anche in Inghilterra.
“Quando giocavo – racconta – ero focalizzato solo sulla partita, non sentivo niente. Certamente ci sarà stato qualcuno che mi avrà insultato. Questi problemi esistevano anche 30 anni fa, solo che ai media importavano di meno. Oggi hai 20 telecamere in funzione contemporaneamente, in grado di far emergere ogni dettaglio”. Fin quando ha giocato la sua scelta è stata comunque quella di mostrarsi indifferente così da non dare soddisfazione a chi lo stava attaccando perché ebreo o israeliano. “Non sono mai stato una persona impulsiva. Non ho mai cercato lo scontro diretto con la tifoseria. Se li ignori – ha detto al Times of Israel – i tifosi a un certo punto desistono”.
Una posizione discutibile. Non si può infatti negare che tanti silenzi abbiano permesso un clima che, in Italia e non solo, si è fatto spesso pesante. Rosenthal si dice comunque ottimista: “Per risolvere il problema del razzismo è necessario del tempo. Ma le nuove generazioni, ad esempio in Usa e Inghilterra, sono senz’altro meno razziste delle precedenti”.

(Nell’immagine in alto Ronny Rosenthal a pranzo con il presidente dell’Udinese Giampaolo Pozzo dopo il suo arrivo in città, nel luglio del 1989; in basso una foto recente dell’ex campione)

(22 ottobre 2020)