Il futuro del Medio Oriente
Gli accordi di Abramo siglati a Washington il 14 settembre fra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein sotto l’egida di Donald Trump hanno davvero una portata storica. Non nascono dal nulla, ma sono figli di un percorso pervicacemente seguito da Bibi Netanyahu, che ha cercato la sponda araba per contrastare l’accordo con l’Iran (anch’esso senz’altro storico) voluto dal precedente presidente USA Barack Obama. Che qualcosa si stesse muovendo sotto la superficie era apparso chiaro dalla stretta di mano fra il direttore generale degli Affari esteri Dore Gold e l’ex generale saudita Anwar Eshki durante un meeting internazionale. In diplomazia nulla avviene a caso e che due Paesi senza alcuna relazione diplomatica si scambiassero gesti di cortesia sotto i riflettori dei fotografi era subito apparso come un segnale sospetto. Eravamo nel 2016. Il sospetto divenne certezza con la conferenza sulla sicurezza di Monaco dell’anno seguente, dove Avigdor Liberman, allora ministro della difesa di uno dei tanti governi Netanyahu, invitò esplicitamente i Paesi sunniti a collaborare per arginare l’espansione iraniana nell’area. La vecchia strategia per cui l’amico del mio nemico è mio amico è risultata ancora una volta vincente ed Israele ha potuto così assicurarsi degli accordi che possono radicalmente mutare la sua posizione nella propria area geografica. Tenendo anche conto che proprio Riad sembra essere il destinatario finale di questa strada. Che l’abilità politica di Netanyahu, riconosciutagli anche dai rivali più acerrimi, abbia mandato all’aria con un sol gesto due decenni di letteratura ebraica sull’incompatibilità (soprattutto in diaspora) fra mondo arabo ed ebraico, destinati a farsi la guerra perché l’odio musulmano per gli ebrei è scritto nel Corano, perché col mondo cristiano abbiamo potuto trovare stabilità in quanto condividiamo la Torah (che però lì diventa il Vecchio Testamento, o Primo per chi vuole regalare un contentino), perché quella araba è semplicemente una civiltà inferiore destinata ad una guerra perpetua (si sa che l’Islam è andato avanti con la spada, come ricordò Papa Ratzinger) poco importa nel nuovo quadro. Ciò che appare più imprevisto è che il patto, se di portata enorme per la regione, non pare aver portato ai protagonisti il consenso sperato. Lasciamo stare gli sceicchi, che di consenso certo non vivono, e concentriamoci sui due grandi leader «occidentali». Bibi ha passato una campagna elettorale intera a promettere ai quattro venti l’annessione della Cisgiordania per garantirsi la fondamentale alleanza dei partiti ortodossi, che sognano la Israel Shlemà, la Grande Israele dal Mediterraneo al Giordano. Ne ha fatto un punto d’onore, tanto da obbligare Gantz ad inserire l’annessione nell’accordo di governo. Doveva, come noto, partire il 1° luglio. Ora, nei nuovi accordi, è stata addirittura riesumata la soluzione dei due Stati che tutti davano per morta. In un sol colpo cancellato il progetto tracciato dalla Legge sulla nazione del 2018 e dallo spostamento dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme. Da molti considerate due tappe dell’imminente processo di annessione. E, ancora più grave, messa a rischio un’alleanza di governo futura quando in pochi credono alla durata di quello attuale. Anzi, diciamolo chiaro, se non fosse per l’emergenza sanitaria sarebbe già concluso, o forse mai nato. Cosa prometterà Bibi se alla prossima scadenza fissata non verrà approvato il bilancio dello Stato? A molti dei suoi alleati non interessa nulla l’accordo col mondo arabo, anzi lo considerano un intralcio al dettame biblico di un Israele che comprende gli attuali territori palestinesi. Quali alleati rimangono ad un Netanyahu sotto enorme pressione giudiziaria e con le manifestazioni degli oppositori giunte fino all’uscio di casa? Il fatto è che il percorso da lui aperto in reazione ad Obama non prevedeva quest’esito. L’idea era quella di approfittare del collasso mediorientale, con la caduta della Siria, della Libia, dell’Iraq, l’avanzata dell’Isis, per compiere, de facto prima e de iure poi, l’agognata annessione che avrebbe sfamato gli appetiti dei suoi alleati di governo. Chi si interessa dinnanzi ad un tale disastro della vecchia causa palestinese? Al di là delle formule di rito da parte del mondo musulmano, l’opposizione più grande Bibi l’aveva in casa, in quella ampia parte della società civile israeliana preoccupata dei destini democratici in una grande Israele, sì ebraica, ma a maggioranza araba. Gli accordi di settembre mostrano che Netanyahu questo patto storico l’ha subito più che voluto. E chi gli ha voltato le spalle è stato proprio il suo amico Trump, impegnato in una difficilissima rielezione. Qualcosa doveva portare a casa ed ha così trovato la corsia per accelerare il suo cambio di rotta rispetto ad Obama, chiudendo definitivamente l’Iran in un angolo. Nemmeno Trump, però, ha beneficiato molto del patto di Abramo. In primis perché all’elettore medio americano molto semplicemente non frega nulla dei destini mediorientali. Conta solo una cosa: l’economia. Secondo, e questo davvero è un grave errore per uno dal fiuto elettorale di Trump, la storia appare sempre più come una categoria superata in un mondo dell’eterno presente come il nostro. Ogni notizia, anche la più rilevante, viene consumata nello spazio di un battito di ciglia semplicemente perché rilanciata infinite volte su ogni tipo di piattaforma: Twitter, Facebook, Snapchat, TikTok, Reddit. A sera è già vecchia. Come sperava che le foto con le strette di mano e le firme dei contraenti potessero esercitare qualche forma di seduzione nell’elettorato a novembre? Due mesi di oggi sono come 30 anni dell’era pre-internet. Insomma, i grandi protagonisti di questi accordi non ne paiono i più diretti beneficiari. Chi allora? Beh, anzitutto lo Stato di Israele. Forse senza volerlo, Bibi ha fatto l’unica cosa che gli sopravviverà davvero, dando maggiore speranza di vita allo Stato ebraico. I secondi, anche se proprio non sembrano accorgersene, sarebbero i palestinesi, incredibilmente tornati, non fosse altro per il valore simbolico che ancora ha la loro causa fra le masse arabe allevate ad antisionismo, al centro della scena. Lo stop all’annessione e la conseguente ripresa della politica dei due Stati è davvero una manna dal cielo, come si suol dire. Purtroppo, però, la loro risposta è stato il solito lancio di razzi da Gaza. Cioè un rito stanco che nemmeno impressiona più le popolazioni israeliane di confine, ormai abituate a questo inutile supplizio sempre identico a se stesso. Il perché di questa assurdità è presto detto: i nemici dei palestinesi sono i palestinesi dell’altra sponda. Vale per Gaza e per la Cisgiordania. Bisogna sempre mettere la testa davanti all’altro per farsi notare di più nella speranza di ottenere maggior consenso. Davvero tra le leadership peggiori che si ricordino, del tutto incapaci di tracciare una prospettiva per il proprio popolo.
In ogni caso, il dado è tratto. Gli accordi sono stati firmati, il grande passo si è fatto. Al di là delle intenzioni dei contraenti le ragioni della storia hanno prevalso. L’astuzia della ragione di hegeliana memoria si è imposta ancora una volta. Restano almeno due ombre. La prima: poco si sa sui dettagli degli accordi. Ne vorremmo sapere di più. Molto di più. Già ha fatto parlare non poco la vendita ad Abu Dhabi degli F-35 americani. Cos’altro non sappiamo? La seconda: le agenzie internazionali hanno evidenziato un ulteriore arricchimento dell’uranio iraniano. Cosa dobbiamo aspettarci da un Iran messo così all’angolo dopo essere stata illusa di poter pranzare al tavolo dei nobili? In questo potrà giocare un ruolo la vecchia Europa, se si ricorderà di esistere.
Davide Assael
(11 novembre 2020)