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La condizione pandemica

La grandi crisi di trasformazione hanno un solo pregio, per così dire, ossia quello di fare cadere i veli di ipocrisia. Così per il lungo tempo della pandemia SARS-CoV-2, che dice più di quello che vorremmo ascoltare. Poiché la voce della verità – che poi è semplicemente quella della nuda e cruda realtà – ci obbliga a confrontarci con i dati di fatto. Impietosi, in quanto tali. In quanto ci impongono di cercare di capire lo spirito dei tempi che stanno sopravanzando. Di contro all’infantile inversione del medesimo principio di realtà. Da questa grande trasformazione, poiché di ciò si tratta e non di altro, al pari di ciò che già è avvenuto nelle due guerre mondiali, usciremo completamente diversi da come ancora siamo ad oggi. Nessun apocalitticismo e neanche nessuna teleologia. Nel pensiero secolarizzato, beninteso, l’una cosa – la falsa idea che con noi stessi tutto debba finire – e l’altra – quella per cui le nostre generazioni siano depositarie del senso delle cose a venire – sono entrambe destinate a sciogliersi come neve al sole. Il mondo non finisce con noi né rivela un significato che coloro che ci hanno preceduti non abbiano inteso. Semmai ci parla di qualcosa che si sta realizzando. Chi ha orecchi ed occhi per sentire e vedere, comprenda: non c’è epoca dell’avvento (logica che appartiene al nuovo evangelismo) e neanche della delusione non risarcibile (costrutto nichilista di coloro che guardano al passato per celebrare se stessi, salvo poi nulla dire di ciò che potrebbe succedere), bensì un nuovo orizzonte da comprendere. Comprendere, per l’appunto: come ci conferma il dizionario etimologico, ciò implica che ci riferisca alla radice di «comprehendĕre e comprendĕre, derivato di con- e pre(he)ndĕre “prendere”, ossia contenere in sé, abbracciare, racchiudere […]. Accogliere spiritualmente in sé […] In particolare, accogliere nella mente, nell’intelletto, afferrare il senso di qualche cosa, stabilire una relazione tra più idee o fatti. [Qualcosa del tipo]: «comprendo finalmente perché i conti non tornavano; non riesco a comprendere. che cosa sia accaduto; sono cose che tu non puoi ancora comprendere; non comprende di averlo offeso»; far comprendere l’importanza, la gravità di qualche cosa: «ho letto tutto ma non ho compreso nulla», così come, sapersi spiegare, rendersi ragione di qualche cosa: «comprendo la tua esitazione; non riesco a comprendere il suo strano contegno». Di qui, per estensione, giustificare, scusare umanamente, perdonare: «chi giudica deve saper comprendere; ti comprendo, perché anch’io avrei fatto lo stesso». Ma anche, intendersi, penetrare nei sentimenti l’uno dell’altro, avere reciproca comprensione, così come sorprendere, invadere, sopraffare, in quanto tale detto di sentimenti o passioni”. (citazioni dai dizionari etimologici). Questa pandemia non è una guerra ma è un transito epocale che produrrà un lungo dopoguerra. Lo storico sa che, in età contemporanea, la durata media di un lungo rilascio è quella di una decina di anni. In altre parole, per produrre i suoi tangibili effetti, richiede almeno due lustri. In ciò, beninteso, non c’è nessuna legge di natura e neanche una presunta norma di società inscritta in chissà cosa. Più plausibilmente, si manifesta il senso profondo del cambiamento che, nel caso nostro, si lega a poche ma chiare parole: smaterializzazione, declassamento, ristrutturazione sociale, polarizzazione ed esclusione sociale. Non si tratta di formulare giudizi di valori, quanto meno non da subito, ma di capire – in questo caso senz’altro immediatamente – che c’è un nuovo orizzonte da indagare, che da subito ci chiama in causa. La trepidazione, va da sé, è d’obbligo. Come diceva il filosofo, «tutto ciò che è solido si scioglie nell’aria». Si vuole un qualche premessa storica sulla quale misureranno i tempi a venire, senza per questo stabilire improprie analogie? Si guardi ai dieci anni che hanno accompagnato la transizione in Russia dalla società sovietica (1989-1991) a quella putiniana (dal 2000 in poi). Dieci anni, per l’appunto. Che sconvolsero un mondo. Non il mondo.

Claudio Vercelli

(22 novembre 2020)